Non serve dare più peso al voto dei giovani, servono più giovani

Posted on 5 dicembre 2011 di

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Ecco il mio articolo per iMille Magazine.

In questi giorni si sta svolgendo un dibattito sull’opportunità di modificare il valore del voto, tramite una ponderazione basata sull’età dell’elettore: più peso ai giovani, meno agli anziani.

Se ne è parlato recentemente in termini entusiastici su La Lettura e Lavoce.info: basterebbe aumentare il potere elettorale dei giovani per trasformare la res publica e permettere ai nostri amministratori di attuare politiche di lungo periodo e di ampio respiro.

In effetti il nostro paese presenta un quadro demografico preoccupante: l’invecchiamento della popolazione sembra un fenomeno inarrestabile, i giovani sono sempre di meno e hanno sempre meno spazio per farsi sentire. Quel che si è scritto è vero: i politici rispondono all’elettorato, e se l’elettorato è vecchio bisogna rispondere con politiche rassicuranti e rivolte al passato. Il tutto chiaramente va a detrimento delle prospettive future dei giovani.

Ma siamo sicuri che ponderare il voto possa risolvere il problema? Se diamo un’occhiata alla storia della nostra Repubblica, ci rendiamo conto che questo discorso non regge. La miopia della nostra classe dirigente non è certo un fatto recente: in Italia c’è sempre stata la convinzione che la politica consista esclusivamente nella ricerca di un compromesso tra interessi differenti e non anche e soprattutto nel tentativo di mettere a punto un progetto di sviluppo comune.

Le cause di questa conflittualità sono ben note: un contesto sociale fortemente polarizzato, un’opinione pubblica poco colta e molto ideologizzata, una povertà diffusa che facilitava il clientelismo. Un incentivo alla frammentazione politica come il sistema elettorale proporzionale certo non aiutava. In realtà la visione di breve periodo della politica è sempre stato un punto dolente dei sistemi democratici: si sa, i politici puntano a farsi rieleggere, e questo può portarli ad adottare provvedimenti che portano consenso elettorale ma peggiorano le cose nel lungo periodo.

Il voto ponderato è una cattiva idea anche perché, se portato alle estreme conseguenze, rischia di distruggere il principio democratico. Chi ci assicura che dopo il 2050 la popolazione si sarà stabilizzata? Quanto sono affidabili previsioni così a lungo termine? Cosa succederà se la popolazione continuerà ad invecchiare? Daremo al 15-20% della popolazione il 60% del peso elettorale? Questi sono discorsi molto pericolosi. Cercare di dare più rappresentanza ad una minoranza tramite la riduzione al silenzio della maggioranza non elimina il problema della rappresentatività, semplicemente lo sposta.

La scarsa qualità della politica non è determinata dall’anzianità della popolazione, ma da altri fattori: su tutti, una classe dirigente plasmata da un sistema scolastico hegeliano, intrisa di greco e latino ma priva della capacità di analizzare i problemi concreti e di distinguerne le variabili fondamentali. Ponderare il voto non ci darà una politica migliore: certo, i giovani avrebbero più importanza, ma chi ci garantisce che chiederanno provvedimenti per il paese e non esclusivamente per sé stessi?

L’errore che commette chi propone questa riforma è cercare di trattare un fenomeno per via legislativa, senza andare a toccare le sue variabili fondamentali. Nel nostro caso, se il problema è l’invecchiamento della popolazione, la soluzione sarebbe penalizzare il voto dei vecchi? No, non può funzionare.

Nell’articolo de “La lettura” si propone in alternativa un sistema che assegna ai genitori un voto per ogni figlio minorenne. Cose da pazzi. Il voto è personale, non può essere delegato in alcun modo. Questo principio trova applicazione pratica, in questo caso, nell’impossibilità di accertare che il padre voti non soltanto in nome ma anche per conto del figlio. In altre parole, che protegga i suoi interessi e non i propri. Anzi, essendo di un’altra generazione, è probabile che il padre abbia una visione del mondo diversa da quella che ha suo figlio – e dunque che voti diversamente da come farebbe il figlio.

L’unico modo per ringiovanire l’elettorato è ringiovanire la popolazione, e la strada da percorrere è una sola: aprire le frontiere all’immigrazione e modificare la normativa sulla cittadinanza. Solo con l’afflusso di milioni di giovani possiamo riequilibrare la composizione del corpo elettorale. Inoltre l’aumento dei flussi migratori darebbe una scossa positiva all’economia: garantirebbe la tenuta nel lungo periodo del sistema pensionistico, farebbe aumentare i consumi e quindi la domanda aggregata, creerebbe decine, forse centinaia di migliaia di posti di lavoro (chiaramente, a condizione di sbloccare il mercato del lavoro, ma questo è un altro discorso).

Bisogna poi garantire che ad una popolazione giovane corrisponda un elettorato consapevole. Un modo per cercare di realizzare questa corrispondenza potrebbe essere l’introduzione delle liste elettorali volontarie: chi vuole votare deve prima iscriversi alle liste – mentre ora si è iscritti automaticamente. In questo modo andrebbero a votare solo le persone veramente interessate, con risvolti positivi sulla competenza degli eletti.

Per garantire la qualità è il ricambio generazionale in politica potremmo istituire delle scuole di eccellenza (le grandes écoles francesi che formano la classe dirigente del paese) e dei limiti di età all’elettorato passivo (ad esempio, 65 anni). Volendo potremmo anche introdurre un limite all’elettorato attivo, intorno ai 75 anni.

Ma differenziare l’importanza del voto è inefficace e pericoloso: viola il principio di uguaglianza, sposta e non elimina il problema di rappresentatività che si vuole risolvere, non garantisce politiche lungimiranti.

Per avere una politica più giovane e dalla visione più ampia, ci vogliono più formazione e più immigrati, non l’apartheid elettorale degli anziani.

Lorenzo Tondi

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Posted in: Riflessioni, Società