Il disincanto del mondo italiano

Posted on 16 novembre 2011 di

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Torno a scrivere perchè il boss mi ricatta, minaccia di legarmi ad un lampione, mentre Bertinotti legge ad alta voce la Paura e la Speranza di Tremonti, ed a tale minaccia non posso esimermi dal buttare giù quattro righe (so già che saranno qualcosa di più). Torno a scrivere perchè qualcosa da scrivere lo tengo. Torno a scrivere perché stanno affiorando le idee, dopo aver festeggiato la caduta dell’idiota (no tiranno non lo è mai stato, ce lo siamo voluto, ce lo siamo meritato, magari Montanelli avesse avuto ragione). Torno a scrivere perché mi piace questo blog.

Piccola introduzione all’articolo: Berlusconi si è dimesso, lasciando un messaggio in televisione, molto simile ad una fine, annunciata dal suo stesso richiamo al discorso iniziale. Una fine triste, o meglio che mi rattrista…Non sono un berlusconiano, né lo sono mai stato, non sostenendolo né apprezzandolo il signore in questione. Ha fatto molti danni, culturali, sociali, per non parlare di quelli economici, e sono dell’idea che il suo andare a letto con una minorenne prostituta, sia il minor di tutti i mali compiuti nel periodo di governo o di non-governo. In un bell’articolo su Linkiesta, un sociologo parla del berlusconismo. In un altro articolo De Rita gli risponde, non sono d’accordo con quest’ultimo, ma è un buono spunto per partire.  Diciamo una caratteristica di base su cui Berlusconi è riuscito a basare il suo potere: il potere carismatico. E’ un potere assoluto, in quanto slegato, più legittimato che legittimo alle volte, più volto ad oltrepassare le regole, che a seguirle in un contesto di legalità. La legalità, la normalità, il perseguire la regola come elemento fondante su cui faccia perno la società per sorreggersi, è sempre stato stretto a Berlusconi ed al Berlusconismo. Berlusconi è stato eccesso e sogno, tanto che uno straniero può venire in Italia e chiedersi “sogno o son desto”, meravigliato dalla ridicolezza del premier, dalla sua bassezza più culturale e morale che fisica. Ma nella sua bassezza, Berlusconi ha fatto pensare all’Italia di poter tornare grande, dove la parola “tornare” la trovo buffa, in quanto avevamo appena superato i britannici per reddito pro capite, ed ora siamo il terzultimo paese per crescita negli ultimi dieci anni.

Il credere di solito viene affibbiato alla religione, vissuti come siamo in un mondo cristiano-cattolico, nel monoteismo trascendente,ma non si vede invece come il potere carismatico, l’arte di saper convincere e di vincere, si sia mischiato anche ad una credenza nelle straordinari capacità, se non nella straordinarietà stessa del personaggio Berlusconi, un immanentismo ante-litteram. Self made man, di successo, estremamente simpatico, ha montato quel mondo delle meraviglie, quella gardaland dei desideri di una nazione perennemente frustrata dal dopoguerra e dalla morale cattolica, ha unito Nord e Sud, cattolici e laici, moderati ed estremisti, conservatori, ma anche progressisti, nel suo sovvertire le regole che impigliavano il sistema. Berlusconi è stata una rivoluzione, non liberale ma culturale, purtroppo non tutte le rivoluzioni sono positive. Berlusconi ha rappresentato il libertinismo, poco incline alla tolleranza ed al confronto, al porgere entrambe le guance, quella con il ghigno e quella con il sorriso. Nostro malgrado la tolleranza è basilare per la democrazia, tanto quanto il diritto di voto stesso. Non ci può essere una vera democrazia, vivente e germogliante, se i semi piantati non siano quelli della tolleranza e dell’ingegno. Ti svegli ed il paese protesta, è invidioso, non crede che chi faccia parte del 20 % più ricco della società se lo meriti, nè che ci sia in generale un sistema anche minimamente fondantesi sulla meritocrazia, o su una qualche giustizia. Mi chiedo chi votava Berlusconi, dove vedeva il suo merito se non nell’essere “il più grande piazzista del mondo”.

Ora sta la domanda posta alla base di tutto il post: Berlusconi era un politico? o era un tecnico in quanto imprenditore? cosa distingue un tecnico da un politico? Sono tre domande, ma concedetemi di considerarla una domanda singola e trina al tempo stesso, in quanto intrecciantesi in un unico tema: la politica italiana. Kissinger disse che era troppo complicata, e devo dire costituisce un unicum molto particolare, non più unicum di quanto non lo siano le altre storie politiche tuttavia. Ogni stato di storia durevole e di remota fondazione, cioè precedente il secolo breve, è sempre connessa al binomio Stato-nazione, e partendo da questa orogenesi, si sviluppano poi queste creature tipiche di un periodo particolare del continente europeo, permettendo un contesto basilare per la democrazia: la democrazia moderna è indissolubilmente connessa allo stato-nazione.

La democrazia italiana era completa tanto quanto una vittoria alla fine del primo tempo, se vogliamo farle un test, risulta consolidata solo nel 2001, anno in cui un partito eletto, dopo aver perso le elezioni successive poi ritorna al governo. Berlusconi prende la scena e la rivolta, dando agli italiani la possibilità di scegliere chi debba andare al governo, portando inoltre con sè quel suo bagaglio di natura aziendalistica, con la cultura del vendere un qualcosa, o meglio di far comprare qualcosa a qualcuno. Ma se farsi votare vendendo se stesso fa parte della politica, poi la guida della nazione, il reggere il potere, è per eccellenza l’arte della politica e del buon governo. Tra tutte gli aggettivi affibbiati al governo nascituro, tecnico è per eccellenza il più sentito, ma non riesco a vedere cosa rende Monti più tecnico di Berlusconi, in quanto non vedo la politica di Berlusconi. La politica si regge sui discorsi, nella sua retorica sofistica, tanto quanto sulla battuta, nel vedere le nuove architetture socio-economiche e dare un’interpretazione alla società. Berlusconi non poteva, in quanto non offriva possibilità vere, ma sogni irrelizzabili….troppo grande il conflitto d’interessi per poter realizzare qualcosa che non fosse dividere la società ed immobilizzarla, privandola anche dell’arte del discorso. Tutto sommato il berlusconismo è in ogni trasmissione, mentre il giornalismo vero d’opinione e di diritto di critica diventa raro, più vicino a chi deve controllare ed alle sue tasche che perdono spiccioli, che all’idea di far carriera, siccome le orecchie sono diventate troppo sorde per ascoltare voci, mentre gli occhi guardano i sogni. Non vedo dove Monti possa perdere in politica, nei confronti di Berlusconi, se non nel non essere eletto, il che purtroppo è un grave peccato. Tuttavia, signore e signori, non dimentichiamoci un particolare : questo è un governo del Presidente, la persona con maggiore legittimazione politica all’interno del paese, e di credibilità all’esterno; voluto e sostenuto in quanto convinto dalla sobrietà e dall’onestà del personaggio, nei modi tanto quanto nei pensieri. E questo è di quanto più politico ci possa essere in Italia al momento.

Torno quindi all’inizio, ricollegandomi all’articolo di De Rita, e sostengo che l’Italia non ha bisogno per forza di un altro leader trainante il paese con la sua appariscente verve,ma guardare piuttosto alla pacatezza e alla riflessività, mista a sicurezza nei propri mezzi, ed in una rinnovata fiducia in una società migliore, perchè assi fondanti per un futuro che non spaventi più, se non nei prossimi anni, quantomeno nei decenni a venire. Non servono leader che inseguono i cittadini, quanto che lascino una traccia che dia agli italiani qualcosa per se stessi, in modo da unirli, che già siamo un popolo dai discutibili valori, senza invece rifornirli di assurdità e nemici da combattere. Il ritorno alla normalità è crudo, dopo la prima guerra mondiale, i reduci soffrivano quasi di depressione. Così abituarsi ad una politica soft nei modi, quanto hard nei mezzi, non credo debba preoccupare per l’incapacità di comprendere la società, anzi…è il ritorno del problem solving, ricordandoci della realtà effettuale delle cose, e lasciando stare le offerte troppo allettanti.

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