Due o tre riflessioni sull’insegnamento della “dismal science”

Posted on 16 novembre 2011 di

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(Mai la definizione di “scienza triste” sembrò calzar meglio alla povera economia in questi bui tempi di crisi in cui viviamo)

Essendo ormai giunto al III anno dei miei studi in materia, mi piacerebbe condividere un paio di mie riflessioni sull’insegnamento della suddetta in Italia, con un abbozzo di comparazione con l’estero.

Giocoforza farò riferimento alla mia facoltà, la “Marco Biagi” di Modena e ai pochi mesi spesi in erasmus presso lo University College of Dublin, ma siccome tra gli altri bloggers annoveriamo studenti presso quella che viene considerata la migliore facoltà di economia in Italia e c’abbiamo pure un emigrante a Boston, spero che dall’eventuale dibattito possano venire fuori cose interessanti.

A Modena da un po’ di anni si sta verificando un fenomeno che io considero di cattivo auspicio: diminuiscono gli iscritti al corso di economia politica, a fronte di una presenza alta nei corsi di Marketing ed Economia Aziendale. Ora, se questo da un lato è comprensibile visti i diversi sbocchi lavorativi offerti dai vari curriculum, dall’altro rischia però di compromettere l’insegnamento dell’economia politica in toto. A causa del basso numero di iscritti, il corso è stato accorpato con quello di economia e finanza (con cui adesso forma un curriculum solo) per evitare la mannaia del decreto Gelmini, anche se ha mantenuto sostanzialmente la stessa struttura visto che allo studente viene lasciata la possibilità di scegliere tra “economia” e “finanza”. Il risultato è che lo scrivente avrà una laurea in economia e finanza avendo dato la bellezza di uno, o se ragioniamo in senso lato due, esami di finanza.  Eppure la facoltà di economia di Modena è molto buona, tra le prime 4-5 in Italia secondo le varie classifiche ed addirittura seconda (prima tra le medio-piccole) nella qualità della sua ricerca, dietro solo alla Bocconi.

Ora, vi starete chiedendo perchè vi stia a raccontare i fatti miei, praticamente. In realtà quello che dico è funzionale al discorso che vorrei fare. Sono convinto che se gli organi decisionali della facoltà valorizzassero di più l’insegnamento stesso dell’economia politica, il corso sarebbe assai più frequentato.

E invece si fa esattamente l’opposto: a leggere i piani di studio per gli anni successivi, il corso di economia e finanza si appiattisce sempre di più sull’ambito finanziario, e insegnamenti come “storia del pensiero economico”, spariscono, con una notevole perdita di strumenti per analizzare criticamente ciò che si studia. Si va verso una deriva “aziendalistica” della facoltà.

Intendiamoci, nulla di male in materie come economia degli intermediari finanziari, economia aziendale o marketing. Ma davvero non si capisce (e mi pare che questo sia un problema comune anche agli amici bocconiani) perchè a me, che interessa l’economia, dovrebbero essere impartiti insegnamenti come Diritto privato o Bilancio, di cui francamente non me ne può fregare di meno.

Alla fine della laurea triennale, mi troverò con 18 crediti di diritto, gli stessi di Matematica, o con 18 crediti di ambito aziendale, contro 15 di macroeconomia “pura” ( lasciando cioè da parte le materie contigue come economia monetaria, and so on).  Ora, è lampante che certi concetti di area aziendalistica o di diritto io li debba imparare, ma sono abbastanza convinto che il problema sia superabile inserendo l’insegnamento di tali concetti in altri corsi.

Anche il “posizionamento” di certi insegnamenti è piuttosto insensato. Ad esempio, il nostro corso di storia economica è al primo semestre del primo anno, cioè quando ancora non abbiamo manco studiato la funzione di domanda. Alla fine il corso è perlopiù una mera ripetizione di concetti di storia moderna e contemporanea, e poco più. Posizionarlo al III anno valorizzerebbe l’insegnamento: studiare la crisi del ’29 con i nuovi strumenti a disposizione, seppur ancora pochi, sarebbe più interessante e soddisfacente.

Ancora, coi crediti ricavati “limando”  via gli esami aziendalistici e di diritto si potrebbe permettere allo studente di costruirsi un proprio percorso che vada ad approfondire maggiormente altre materie economiche, temi matematici (personalmente sto pensando di provare a sostenere l’esame di analisi I dopo la mia laurea triennale, proprio perchè sento che la mia preparazione matematica non è adeguata) e/o i temi storici e filosofici connessi allo studio dell’economia. Un bel corso di filosofia morale non lo disprezzerei affatto, dato che si tratta di teorie che hanno grande rilevanza con quello che studiamo, così come un corso di dottrine politiche, o di storia contemporanea.

Da questo punto vista, e duole dirlo, Anglo-saxons do it better.  La mia esperienza qui a Dublino mi insegna, e penso che il buon Brusko possa confermare, che agli studenti è lasciata molta più libertà di costruirsi il proprio percorso, già dal primo anno. E così ho potuto scegliere di frequentare corsi di Sociologia del Lavoro o di Relazioni Industriali, ma avrei potuto anche scegliere corsi sulla globalizzazione e così via. Certo, alcuni esami sono imprescindibili e su questo penso che tutti concordino. Ma davvero non si capisce l’obbligatorietà di frequentarne altri.

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