Ora tocca a noi

Posted on 3 novembre 2011 di

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Ormai rischio di essere noioso: sono mesi che mi lamento dell’infimo livello del dibattito politico nel nostro paese. Un dibattito animato da contendenti che nella migliore delle ipotesi infarciscono i loro discorsi di banalità, nella peggiore non hanno la minima idea di quello che stanno dicendo e per giunta sembrano esserne orgogliosamente consapevoli.

Purtroppo questo degrado è comune ad entrambi gli schieramenti: il centrodestra, è vero, si fa notare di più, in parte perché è al governo e in parte perché quasi tutti i personaggi di primo piano sono degli incompetenti, personaggi con lo stesso spessore intellettuale di una sedia. Non che all’opposizione si possa trovare di meglio: gente che è lì da trent’anni e che continua a perdere da trent’anni, come D’Alema, Veltroni, Bindi, Bersani. Gente che faceva politica quando Berlinguer era segretario del PCI e che ancora oggi ha idee non troppo diverse da allora. Gente che, per giunta, queste idee non riesce neanche a proporle all’elettorato in maniera efficace. Figure come Di Pietro, che sta a sinistra solo perché dall’altra parte c’è Berlusconi, ma che in fondo rimane uno che vede lo Stato come una caserma. Insomma, niente di buono all’orizzonte.

Chi vede nel movimento degli “indignati” l’alba di una nuova sinistra, di un nuovo modo di fare politica, rischia di prendere un granchio. La loro protesta è sacrosanta e legittima, ma ha sbagliato obbiettivo: Bankitalia è l’unico organismo dell’establishment politico-economico italiano che sta cercando di ostacolare e correggere le politiche idiote e scellerate del Governo Berlusconi. Mario Draghi è uno dei pochi personaggi pubblici del nostro Paese che si intendono di economia e ne parlano con cognizione di causa. La responsabilità della grave crisi in cui versa l’Italia è in primo luogo della politica, non dei banchieri. è della politica perché la situazione in cui ci troviamo non è determinata soltanto dalla crisi finanziaria del 2008: la nostra è ormai una crisi strutturale, che ha a che fare con le modalità con cui, dagli anni ’60 ad oggi, è stato gestito il Paese. Modalità che sul piano concreto si sono sempre tradotte nella rinuncia agli investimenti per la crescita e nell’accumulazione di debito finalizzata al finanziamento di una enorme macchina statale e all’espansione della spesa corrente.

D’altro canto chiedere che lo Stato faccia default è da pazzi. Si rendono conto, gli Indignati, di quello che stanno proponendo? Il fallimento dello Stato avrebbe conseguenze catastrofiche: improvvisamente ci troveremmo senza le risorse necessarie per mantenere in attività il nostro sistema sanitario, le nostre scuole, gli uffici pubblici. L’insolvenza sul debito pubblico avrebbe effetti drammatici sulle famiglie e banche italiane che ne detengono una parte consistente. Immaginatevi una famiglia che perde gran parte del suo patrimonio perché lo Stato non glielo restituisce. Ci vedete il trionfo del popolo sulla finanza internazionale? Io ci vedo delle persone ridotte sul lastrico. Quante imprese fallirebbero, non potendo restituire i prestiti avuti dalle banche, o non potendo accenderne uno in un momento di difficoltà? L’attività economica crollerebbe, e con essa il gettito fiscale. Saremmo costretti ad uscire dall’Euro e a tornare ad una lira debole, incapace di proteggerci dall’inflazione, soprattutto per quanto riguarda beni di primaria importanza (su tutti il petrolio). Lo Stato sarebbe costretto a rivolgersi nuovamente ai mercati per finanziarsi, ma gli investitori ci chiederebbero un tasso d’interesse molto più alto di quello attuale.

No, la strada da seguire non è questa. Ma quale, allora?

Mentre il nostro Paese è stagnante ed immobile da anni, il resto del mondo cresce a ritmi mai visti ed è caratterizzato da mutamenti di portata storica. Questi anni saranno ricordati nei decenni a venire come un punto di svolta: il Medio Oriente vede la lenta ma costante affermazione della democrazia. Sono tutti paesi a cui noi siamo legati economicamente e anche culturalmente. Sono tutti paesi che stanno crescendo a ritmi sostenuti e che possono sostenere la nostra economia. Sono i nostri vicini di casa, e comunque la si pensi non possiamo immaginare il nostro futuro senza di loro.

Stiamo osservando l’emergere di nuove potenze e la costruzione di nuovi rapporti di forza in campo internazionale: lo sviluppo impetuoso di Cina ed India, del Brasile, dei paesi asiatici, della Russia, di alcuni paesi africani.

Mentre accade tutto questo, noi discutiamo delle escort di Berlusconi, dei suoi amici poco raccomandabili, dei suoi processi, delle intercettazioni, della manovra finanziaria. Per stare dietro alle farneticazioni e all’eredità politica fallimentare di un settantacinquenne ci perdiamo la possibilità di decidere almeno in parte in che direzione andrà il mondo nei prossimi 75 anni.

Ecco, io credo che non si possa più andare avanti così. E, guardando la dinamica recente dello spread BTP-Bund, suppongo che anche i mercati la pensino come me.

Oggi Fabio Chiusi sul suo blog invoca un atto di vera responsabilità da parte dell’opposizione: la predisposizione di un programma chiaro e conciso sui provvedimenti di emergenza da prendere per salvare il paese dal default.

Ma perché tutte le forze che in questi mesi sono state definite «responsabili», dalle opposizioni (tutte) agli «scontenti» nella maggioranza, dai sindacati a Confindustria ai movimenti, non si riuniscono e con molta umiltà – e volontà di collaborazione – non provano a stendere un programma dettagliato per portare appunto il Paese fuori dal baratro?

Immagino una lista di obiettivi concreti con diverse scadenze, alcune immediate, altre a pochi mesi. Giusto il tempo per mettere in campo misure largamente condivise, impopolari ma necessarie, per poi andare a elezioni e restituire una buona volta la sovranità agli italiani.

Chiusi ha contemporaneamente ragione e torto. Ha ragione perché l’assenza di un’alternativa credibile al governo è uno dei fattori che lo tiene in vita, e ormai abbiamo capito che il danno che  questo governo fa al paese si misura in uno spread maggiore. Ha torto perché non coglie il trade-off esistente tra “condivisione” dei provvedimenti da adottare e loro “impopolarità”. E in questi giorni le misure impopolari sono quelle veramente necessarie.

Visto che è un piano credibile di rilancio del paese proposto dalle opposizioni è uno scenario fantascientifico, credo che le proposte vadano cercate altrove. In particolare, in quella società civile che pur non essendo attiva nei partiti segue le vicende del paese ed ha le conoscenze e le competenze per poter mettere sul piatto delle idee.

Credo insomma che i blogger italiani debbano farsi sentire con maggior forza. Con un manifesto, con un programma, o con un dibattito al termine del quale spuntino delle proposte. Va bene chiedere all’opposizione di uscire allo scoperto: ma per essere credibili dovremmo farlo noi per primi.

Lorenzo Tondi

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Posted in: Attualità, Politica