Does walking Africa deserve a Nobel?

Posted on 3 ottobre 2011 di

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Molti di voi avranno sicuramente già letto o sentito della proposta di Noppaw di conferire il Nobel per la pace 2011 alle donne africane. L’iniziativa si chiama “Walking Africa deserves a Nobel”. Per chi non ne avesse sentito ancora parlare tale iniziativa, promossa, fra gli altri, dal CIPSI e da ChiAma l’Africa, consiste nel raccogliere due milioni di firme per chiedere l’assegnazione di un Nobel collettivo a tutte le donne africane in virtù del ruolo che ricoprono nello sviluppo economico e sociale del continente.

Il video qui sotto illustra brevemente la campagna.

 

Ma, al di là dell’aspetto sentimentale e pittoresco, è giusto aderire alla campagna?

No.

No, perché prima di tutto, se il Nobel viene abitualmente assegnato a singoli o ad associazioni, federazioni, organizzazioni, c’è un motivo.
cominciamo col dire che non si è ancora capito (o almeno in rete non se ne parla) a chi andrà il premio, di circa un milione di euro (circa dieci milioni di corone svedesi). Naturalmente sarebbe assurdo dividerlo fra tutte le donne africane quindi voglio supporre che sarà ritirato da un’associazione o un’ente o, probabilmente, proprio da Noppaw (Nobel Peace Prize for African Women). Ma cosa si farà con questi soldi? Il premio in denaro fu istituito perché i singoli potessero economicamente sostenere ricerche e studi. Non è difficile comprendere che un singolo può beneficiare in modo significativo di un milione di euro, così come un’associazione o un’organizzazione, mentre è molto difficile che un ente possa usare il premio per qualcosa che sia davvero significativo per tutte le donne africane. Se la campagna dovesse avere esito positivo, la somma sarebbe certamente usata per finanziare l’imprenditoria femminile (quante imprese femminili potrebbero mai essere finanziate?) o per finanziare altre campagne, dunque non per sostenere un ulteriore miglioramento.

 

L’ipotetica obiezione che, ad esempio, Obama e Annan abbiano devoluto il premio, non regge: è ovvio che il presidente degli Stati Uniti non necessiti di un milione per promuovere la pace, ma dal momento che lo si reputa una personalità importante nel campo, si presume anche che sappia a chi devolvere i suoi soldi per perseguire l’intento. Un po’ come dire, in soldoni, che se me li hai dati saprò io che farci. Nel caso delle donne africane non si parla di loro che gestiscono una somma, ma di una somma che viene gestita a loro beneficio, e ciò stravolge totalmente il senso originario del Nobel, che non è un’iniziativa di solidarietà.

 

In secondo luogo si legge spesso che le donne africane avrebbero fatto molto per l’economia africana, e io non metto in dubbio ciò. Ma cosa c’entra con il Nobel per la pace? Questo argomento non è assolutamente pertinente.

 

Alcuni fattori di stampo prettamente antropologico e culturale sono presentati come esempi di “impegno sociale”: la tendenza ad occuparsi dei malati e a raccogliersi in grandi gruppi. Bah, non voglio escludere a priori che alcune donne africane si muovano in questo senso perché politicamente impegnate, ma francamente per la più alta onorificenza conferibile mi sembra un po’ poco…

 

Mi permetto di sottolineare un altro aspetto. Su Galileo (ma non solo, in realtà è la logica sottesa di tutti gli articoli che finora ho trovato) c’è una tirata assolutamente senza senso di Roberta Pizzolante. Cito: “Ma in loro impegno è forte anche come care-giver (dispensatrici/operatrici di cura) nel campo della salute, che pure le vede più a rischio degli uomini. Nella sola Africa sub-sahariana il 61 per cento delle persone affette da HIV è donna, e le giovani tra i 15 e i 24 anni hanno una probabilità almeno tre volte maggiore di essere contagiate rispetto ai coetanei maschi”.
Propongo il Nobel per la pace agli uomini africani perché, se ci pensate, loro sono soggetti al tumore alla prostata. E le donne no! Cattive!  Ma per cortesia!
Qualunque sia il motivo che rende le donne più soggette al contagio, che sia di natura fisiologica o sociale, non è certo sufficiente per un Nobel. Poche cose sono più dannose del femminismo, una di queste è il femminismo a sproposito.

 

Che l’africa “cammini con i piedi delle donne” è da dimostrare, intanto, per una volta, suggerisco un ritorno alle origini: l’anno scorso volevamo dare il Nobel per la pace ad internet, quest’anno lo vorremmo dare alle donne africane…e se ricominciassimo a pensare al Nobel così com’è nato, col suo intento originario e senza falsi buonismi?
Se cercate una causa importante da perseguire in favore delle donne africane, e delle donne in generale, è possibile sostenere una delle numerose associazioni che si occupano di combattere l’infibulazione. È una cosa che volevo fare da tempo e che ora probabilmente farò. Ma non facciamo l’errore che dagli anni ’60 ad oggi è già stato fatto troppe volte: non confondiamo vittime ed eroi.

Angelica Matacotta

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