Stupido e divertente

Posted on 21 settembre 2011 di

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Dopo una lunga assenza, torno con un tema leggero.
Stamane ho aperto la mia copia di Internazionale e alla sezione Ritratti mi sono imbattuta nella storia di Amanda Hocking, una scrittrice di 27 anni.
“Scrive da quando aveva quattro anni. I suoi libri sono stati rifiutati da tutti gli editori americani. Poi li ha pubblicati su Amazon, e ha ottenuto un successo senza precedenti”.
Sono stata immediatamente attratta dall’articolo, perché speravo in uno spunto interessante relativo al problema dell’editoria on line. Purtroppo invece Saroyan (il giornalista del New York Times, autore dell’articolo in esame) è stato alquanto sintetico in merito. Ci è dato sapere soltanto che l’autrice ha venduto molto su Amazon e che ora, dopo aver venduto milioni di copie, ha firmato un contratto con una casa editrice tradizionale, poiché si era sempre ripromessa di farlo qualora le condizioni fossero state adeguate. Ormai incuriosita, continuo comunque a leggere la storia.
Nell’articolo si fa molto spesso riferimento alla “leggerezza” dei romanzi di quest’autrice emergente, che scrive prevalentemente storie d’amore a sfondo paranormale. È lei a dirci esplicitamente che in passato ha tentato di scrivere libri “cupi”, ispirati a Vonnegut e Palahniuk, finché un suo amico le ha fatto notare quanto poco quelle storie le somigliassero e quanto poco avrebbe dovuto sforzarsi nello scrivere cose “stupide e divertenti”.
Ora, sono abbastanza nota fra i miei conoscenti per avere dei gusti piuttosto pesanti in fatto di letteratura, sono un’amante della letteratura russa e sono fra i dieci pazzi che hanno trovato “I Buddenbrock” avvincente. Però, che la gente voglia leggere qualcosa di meno impegnativo, magari nel frastuono della metropolitana o in una sala d’attesa, ci arrivo a capirlo. Possiedo il concetto di “lettura leggera”. Ma malgrado i miei sforzi, non riesco proprio ad accettare, benché mi fermi a sfogliare qualcuna di queste opere ogni volta che passo in libreria, che qualcuno possa voler leggere qualcosa di “stupido e divertente”.
ATTENZIONE! : con “stupido e divertente” non si vuole intendere qualcosa di comico, ma qualcosa, appunto, di stupido.
ATTENZIONE!: per evitare eventuali critiche, premetto di NON aver letto nessuno dei romanzi della Hocking. Mi baso esclusivamente sulle sue dichiarazioni. Del resto l’autrice è solo il pretesto, lo spunto. La riflessione sarà volta al generale.
Esaminando il mio modo di pensare, allibita dalla mia spocchia letteraria non meno che dalle due parole incriminate, mi pongo alcune domande a cui vorrei provare a dare una risposta in questa sede.

È positivo che molti cerchino di rilassarsi attraverso la lettura di queste opere poco impegnative?
Quello che intendo dire è che la mia prima reazione è “se vuoi vedere qualcosa di stupido e divertente, accendi la tv!” (anche ciò non è molto normale, ma evitiamo di divagare…). Ma è un atteggiamento corretto, o è la solita presunzione del lettore, che tenta di difendere la sua élite? Dopo aver riflettuto un po’ sono giunta a concludere che se la ricerca di una lettura stupida e divertente porta qualcuno in una libreria (che sia una libreria on line o meno), ciò è positivo perché esiste sempre la speranza che il lettore trovi per caso una lettura di qualità. Un lettore della Hocking, tirando giù da uno scaffale “Delitto e castigo” di Dostoevskij, leggerebbe sul retro della copertina più o meno questo: “un omicidio efferato, la follia di un uomo e la sua redenzione attraverso l’amore”. E perché chi ama le storie d’amore fra vampiri non potrebbe esserne attratto? È anche vero che non è possibile discernere in senso assoluto le letture leggere da quelle stupide, o creare una graduatoria di stupidità universalmente riconosciuta. Fra le mie letture leggere ricordo “L’ombra del vento” di Zafòn, che mi fu regalato l’anno passato e che mi ha tenuto compagnia per una paio di giorni. Scritto in una forma accettabile, con qualche cenno storico appropriato e qualche riflessione sensata ogni tanto. Certo, non un capolavoro, ma sicuramente meglio dei libri della serie “I love shopping” di cui ho letto con ribrezzo un paio di capitoli in libreria. Ma qualcuno potrebbe ribattere che Zafòn, con la sua trama che pretende di essere seria, è ridicolo e certamente più dannoso di uno spensierato “I love shopping”. Non è possibile stabilire con certezza dove si collochi la linea di confine fra ciò che è di qualità, ciò che è leggero e ciò che è spazzatura. Per questo attendo con ansia una rivoluzione dell’editoria che, se tutto andasse per il meglio, potrebbe arrivare quando l’editoria on line prendesse il sopravvento: spero che nessuno debba più scegliere cosa io posso o non posso leggere. Al giorno d’oggi la considero una prevaricazione indegna del nostro diritto di scelta e del nostro gusto personale.

Ma qui un altro nodo fondamentale…come educare il gusto? Come incentivare la qualità?
Perché diciamocelo, il gusto personale va bene, ma la qualità ha degli standard, e bisogna che un lettore li conosca. Fermo restando che una volta averli conosciuti può rifiutarli e correre in libreria a comperare I love Shopping.  La prima risposta sembra banale: la scuola. Più lettura in classe, possibilmente non dei soliti mattoni universalmente detestati, in modo che i ragazzi possano imparare ad assimilare a riconoscere una buona lettura dai contenuti e, soprattutto, dalla forma. Ma il vero scandalo sono le scuole superiori. Salvo libri consigliati per l’estate, alle superiori puoi non leggere mai, per cinque anni, e nessuno lo saprà. Conosco persone che lo hanno fatto. Per non parlare del fatto che in programma non c’è neppure una pagina di letteratura straniera, tranne per i pochi fortunati che hanno affrontato i tratti salienti dei poeti maledetti.  Io ho imparato a leggere a casa, ma non tutti hanno la fortuna di capitare in una famiglia di lettori. Possono sembrare considerazioni banali ma è necessario partire da questo tipo di intervento.
Secondariamente, direi che si potrebbero insegnare i canoni della qualità con mezzi che li rendano più appetibili. La tv, ad esempio. “Per un pugno di libri” fa questo tipo di operazione e a mio giudizio è un’ottima trasmissione, non pesante, durante la quale è possibile imparare qualcosina in fatto di libri.

lo studio di "per un pugno di libri"

Un’ultima osservazione di carattere etico.
Lo scrittore ha qualche responsabilità morale rispetto a ciò che scrive?
O meglio, gli scrittori sono in qualche modo responsabili della diffusione di opere di scarsa qualità? Può essere loro imputata la colpa del degrado artistico attuale? Beh, no.
Esattamente come il lettore, anche lo scrittore può decidere di abbandonare i canoni precedentemente appresi. Il lettore deve imparare a distinguere e a prendersi la responsabilità delle proprie scelte. Dal momento in cui la cultura ti è stata data, fanne quel che vuoi. Ma lascia che gli altri possano pubblicare le loro deiezioni cartacee e sii tu a disprezzarle, se sei in grado.

Angelica Matacotta

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