Come finirà?

Posted on 21 settembre 2011 di

0


L’attuale schieramento di governo è al capolinea. Tutti concordano. Penne prezzolate, prosseneti e faccendieri a parte. Inutile soffermarsi sui fallimenti in politica economica. Sulla tragica incapacità di compiere sia pur timide riforme. Sul sistema valoriale perverso che il berlusconismo lascerà in eredità al Paese. Sulle stupide velleità antiunitarie di Bossi. Favolette innalzate a pseudo-programma di un partito così allo sbando da non poter affrontare i suoi stessi militanti.

La domanda che può ancora scoperchiare scenari diversi è: come finirà?

Berlusconi non potrà mai lasciare sua sponte il governo. Uscito che fosse da Palazzo Chigi, si ritroverebbe di colpo privo della possibilità di legiferare a suo piacimento. I processi in cui è imputato (Mills, fondi neri Mediaset, Mediatrade, Rubygate) andrebbero avanti indisturbati. Con probabili esiti nefasti. Stando ai retroscena dei giornali, qualche saggio consigliere gli ha prospettato un’uscita di scena previo “salvacondotto”. A quanto pare, lo stesso Casini sarebbe disponibile a discuterne, come lo fu per il lodo Alfano. Ma che cosa sarebbe questo “salvacondotto”? Una specie di immunità permanente con cui tutelare il premier. Non è difficile capire che si tratterebbe di una norma incostituzionale. Nemmeno proponibile al Capo dello Stato. In particolare in questa temperie politica. Non potrebbe prendere corpo nemmeno l’ipotesi di una nomina a senatore a vita per il Cavaliere. Anch’essa, infatti, andrebbe firmata da Napolitano. Che pare piuttosto riluttante.

D’altra parte, un intervento diretto del Colle andrebbe nella direzione errata. Eugenio Scalfari, in un discusso editoriale su “La Repubblica” (18/09/2011) scrive: “pensiamo che spetti al Presidente investire il Parlamento del problema della credibilità del governo”. Un passo simile, lo si ricordi, non è mai stato fatto. Neppure sotto Tangentopoli. Inoltre, Scalfari non può ignorare che un eventuale messaggio presidenziale alle Camere potrebbe non avere alcun effetto tangibile. Il Parlamento è l’organo rappresentativo della sovranità popolare. Nessuno, nemmeno il Presidente della Repubblica, può obbligarlo, e nemmeno indurlo, a sfiduciare il governo. E ancora. Un tale atto potrebbe trascinare anche Napolitano nelle polemiche, compromettendo i già fragilissimi equilibri istituzionali. Offrirebbe la scusa ai berlusconiani per sconfessarlo, additandolo come “fazioso”. Ciò che peraltro è stato già surrettiziamente compiuto in più occasioni.

È ragionevole pensare che il Quirinale guardi con apprensione agli equilibri politici italiani. Conscio delle sue prerogative costituzionali. Aspettando che qualcuno abbia il coraggio di “staccare la spina” ad un governo nefando ma legittimo.

Resta da analizzare un ultimo scenario. La sconfessione del premier da parte della sua maggioranza. Altamente improbabile. Perché? Proprio per quell’aggettivo: “sua”. Ogni deputato e senatore, ministro o sottosegretario, sa bene che le proprie sorti sono intimamente legate a quelle di Berlusconi. Il vero capo e “mandante” di un’intera classe dirigente. In virtù del clientelismo di cui è (sempre stata) intessuta la sua azione politica. E anche dell’attuale legge elettorale. Una volta sfiduciato il governo, ci si gioca la rielezione. Almeno per quanto riguarda il PdL e la parte bossiana della Lega. Per non parlare dei “Responsabili”.

Qualche speranza in questo senso è fornita dai maroniani. Se Maroni vorrà usufruire della propria influenza all’interno del partito, si verificherà presto. Proprio domani, in occasione del voto segreto sull’arresto di Milanese. Il Ministro vuole usare la crisi interna come un cric per innalzare la propria posizione. E mirare a Palazzo Chigi. Uno scarso lealismo nei confronti del “capo” Bossi, ormai allo stremo ma comunque ancora influente, potrebbe però tarpargli le ali. Altrettanto dicasi per un eventuale “tradimento” nei confronti di Tremonti, il volto intellettuale dei lumbard di cui Milanese è vassallo. Domani si vedrà. Ma, a quanto pare, ancora una volta in questo Paese la dignità pubblica e la giustizia verranno sacrificate in nome di una (pur miope) strategia di attendismo politico.

Secondo quest’analisi, la situazione è immobile. Allora, uscendo dal campo del raziocinio, una risposta al “come finirà” potranno fornirci solo le suggestioni e gli esempi passati.  Vediamoli. Un nuovo 25 luglio appare improbabile, per le ragioni che abbiamo esposto. Almeno nei nostri alti dirigenti ci fosse l’autonomia di cui disponevano i Gerarchi fascisti nel 1943!

30 aprile 1993. Bettino Craxi esce dall’hotel Raphael. Centinaia di manifestanti lo bersagliano di insulti e monetine. Indignati dal fatto che il giorno prima il Parlamento aveva negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti per reati gravissimi. Quelle immagini, ritrasmesse ad infinitum proprio dalle reti del Cavaliere (!), segnarono la fine della cosiddetta Prima Repubblica. L’anno dopo, conclusasi la legislatura e profilandosi un suo imminente arresto, Craxi fuggì ad Hammamet, protetto dall’amico Ben Alì. Lì morì latitante alla giustizia.

È così che finirà, per la seconda volta, un leader italiano?

Roberto Croci

Annunci
Posted in: Attualità, Politica