Siamo in crisi perché siamo screditati

Posted on 11 agosto 2011 di

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Oggi c’è stata l’informativa del Governo al Senato in merito alla crisi, condotta dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, e come al solito il risultato della riunione è l’ennesimo nulla di fatto, dal momento che il Ministro si è limitato a pontificare sulla crisi e sull’attuale situazione economica, senza indicare determinati provvedimenti già pronti su cui chiedere la collaborazione dell’opposizione. Il tutto si è risolto in un discorso generico sul mercato del lavoro, sui tagli alla spesa pubblica e sul pareggio di bilancio. Proprio sul pareggio di bilancio Tremonti ha detto cose molto interessanti, patologicamente parlando: cose che mettono in luce il carattere truffaldino della sua opera politica ed intellettuale.

Il Governo è fermamente convinto che l’Italia possa uscire dalla crisi del debito e risolvere i suoi problemi strutturali tramite la modifica di due articoli della Costituzione, il 41 e l’81. Tremonti tenta di farci digerire questa panzana in questo modo:

“L’articolo 81 non costituisce un caso di successo perchè abbiamo il terzo quarto debito pubblico del mondo”. Si tratta di una norma che “ha funzionato fino alla Prima Repubblica e va cambiata proprio perchè trova difficoltà di applicazione”. Sempre secondo il Ministro (e questa è una vera chicca), data la dimensione del debito pubblico italiano, “più forte è il passaggio costituzionale meglio è”.

Prima di commentare questo passo, credo sia opportuno dare un minimo di informazioni sugli articoli oggetto del dibattito. L’art. 41 è quello che garantisce la libertà d’iniziativa economica, sottoponendola ad alcuni vincoli: il testo lo potete trovare qui. L’art. 81 invece regola le modalità parlamentari di approvazione del bilancio, e recita:

Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.

L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.

Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.

Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.

La parte dell’articolo che Tremonti vorrebbe modificare è l’ultimo comma, quello che stabilisce che ogni decisione di spesa deve indicare i mezzi di finanziamento. Questa parte fu inserita dai Padri Costituenti con l’intenzione di limitare fortemente il ricorso dello Stato all’indebitamento. Ma a partire dalla fine degli anni ’60, il costante aumento della spesa pubblica, dovuto principalmente a politiche clientelari e di gestione del consenso, rese inevitabile una diversa interpretazione della disposizione. Si affermò che con “i mezzi per farvi fronte” si intendeva qualsiasi modalità di finanziamento, dunque anche basata sull’indebitamento a breve o a lungo termine.

Ora, sono svariati i punti che meritano di essere affrontati:

1) La convinzione che basti cambiare due articoli della Costituzione per rilanciare l’economia italiana.

Probabilmente non ci credono neanche loro, ma è quello che propongono: secondo il Governo eliminando il terzo comma dell’art. 41, quello che prevede un “coordinamento a fini sociali” dell’attività economica, magicamente il PIL comincerà a crescere. Non c’è la minima traccia, non dico di un organico progetto di riforma dell’economia e dello Stato, ma persino di proposte ragionevoli. La strada da percorrere non è quella dei ritocchini normativi, ma quella della semplificazione e delle liberalizzazioni. Eliminazione dei limiti alle licenze dei tassisti, abolizione degli ordini professionali (avvocati, giornalisti, notai, farmacisti, ingegneri, medici, et cetera), liberalizzazione del mercato ferroviario e aereo, contratto unico a tempo indeterminato e a tutele crescenti, abolizione del Senato, dimezzamento del numero dei deputati, velocizzazione del processo legislativo, riforma della giustizia civile, informatizzazione e snellimento della Pubblica Amministrazione. E invece no, basta cambiare un articoletto ed è fatta. Fidatevi!

Anche il problema dell’esigenza di una politica di bilancio responsabile viene in qualche modo “scaricato” sulla Costituzione. Se abbiamo i conti in disordine, vuole dirci Tremonti, la colpa non è mica sua, ma dell’art. 81. Poco importa che lui sia stato Ministro dell’Economia per 8 degli ultimi 10 anni. In questo post Michele Boldrin spiega con chiarezza perché non è possibile garantire il pareggio di bilancio con una semplice norma ad hoc.

2) Data la dimensione del debito pubblico italiano, “più forte è il passaggio costituzionale, meglio è”.

Questa proposizione è indicativa dello schema di pensiero che tipicamente un giurista ha quando si occupa di economia: più il problema è grosso, più forte bisogna gridare tramite una legge che il problema non esiste – ma questo problema, ovviamente, rimane dov’è.

3) Il pareggio di bilancio obbligatorio non solo è irrealizzabile, ma sarebbe anche nocivo.

Ci priverebbe infatti della possibilità di attuare una politica fiscale libera ed efficace (cioè di variare la spesa pubblica nella maniera ritenuta più opportuna). Le politiche di bilancio, e il contesto socio-economico in cui vengono portate avanti, possono variare di anno in anno, e spetta al Parlamento ed al Governo il compito di gestire la situazione con competenza. Stabilire con solennità principi astratti è il miglior modo per garantire che rimangano tali.

4) Il modo di ragionare

Gran parte della nostra classe dirigente, al di là dei vari difetti di cui si parla spesso (scarso senso dello Stato, moralità inesistente, un numero consistenti di inquisiti, scarsa trasparenza, etc), mostra di avere una grave carenza metodologica: sembra ritenere che sia la legge a creare la realtà, e non la realtà a dover ispirare la legge. Questo fenomeno è forse dovuto alla forte presenza di laureati in giurisprudenza, fatto sta che tra i politici (di entrambi gli schieramenti) è diffuso un certo atteggiamento idealista ed anti-empirista. Quante volte avete sentito dichiarazioni di onorevoli che condannano ad esempio il consumo di marijuana perché “va contro la legge”? Probabilmente ad alcuni di voi questa potrà sembrare una questione minore, dal sapore più filosofico che pratico. Ed invece gli effetti pratici sono enormi: un Governo che sostiene che sia sufficiente cambiare due articoletti per far crescere l’economia, ammesso che sia in buona fede, è composto da incapaci, da persone stordite dal loro dogmatismo, del tutto indifferenti all’ambiente che li circonda. Quando impareranno che la legge viene rispettata soltanto se è giudicata ragionevole in rapporto alla realtà che deve regolare? Quando impareranno che legiferare in maniera onnicomprensiva ed arbitraria porta necessariamente all’inefficacia delle norme emanate? Quando impareranno che fare politica guardando alla realtà è più intelligente che farla attaccandosi ai propri preconcetti? Lo possiamo vedere dappertutto: nell’immigrazione, nelle politiche repressive sulle droghe, nella lotta alla criminalità.

Torniamo per un momento all’art. 81: Tremonti ha detto che è una norma che ha funzionato fino alla Prima Repubblica ma che ora non funziona più. In sostanza, come ho detto in precedenza, ferma restando la disposizione legislativa, cioè il testo della legge, nel corso degli anni è mutata la norma, cioè l’interpretazione di quella disposizione. A questo punto è d’obbligo domandarsi: perché è mutata? Evidentemente perché era mutata la volontà politica dei nostri rappresentanti. Dunque per quale astrusa ragione il Ministro, invece di porre l’accento sulla questione (squisitamente politica) della gestione coscienziosa del debito,  pretende di modificare una prassi parlamentare consolidata tramite uno strumento giuridico? Non gli è venuto in mente che il Parlamento potrà in ogni momento modificare il nuovo art. 81, qualora lo ritenga necessario?

5) Il vero problema

è patetico che si sia costretti a discutere del pareggio di bilancio quando il vero problema è un altro. Continuiamo a raccontarci che il debito è alto, che bisogna tagliare, che bisogna cercare di ridurre il deficit. Vero, ma fino ad un certo punto. La questione reale, quella di cui né la maggioranza né l’opposizione né la grande stampa parlano, se non in termini vaghi e superficiali, è il rapporto debito/PIL, non il debito in valori assoluti. Quello a cui gli investitori guardano quando valutano la rischiosità dei nostri titoli di Stato è questo rapporto, perché è l’unico indice che può darci un’idea generale dell’incidenza del debito sul nostro sistema economico. Per evitare che questo rapporto cresca non è necessario che il debito diminuisca, ma è indispensabile che il PIL cresca più del debito. Da noi dal 2008 al 2011 è successo proprio ciò che non dovrebbe succedere: il debito è aumentato, mentre il PIL è rimasto pressoché uguale. Ciò che otteniamo è un rapporto debito/PIL più alto, dunque un aumento della rischiosità dei titoli italiani, che dal punto di vista economico si traduce in un aumento del tasso d’interesse che lo Stato deve corrispondere agli investitori. In sostanza, indebitarci diventa sempre più costoso.

Questi investitori, dal momento che ci hanno prestato i loro soldi, ci tengono sotto osservazione per vedere come ci comportiamo: vedono un’economia stagnante, una società in cui il figlio dell’operaio rimane operaio, il figlio del dottore rimane dottore e la meritocrazia è un termine che fa paura; vedono una classe politica che pur di non ammettere la propria incompetenza addossa la colpa agli stessi investitori, chiamandoli “speculatori”, gridando al complotto dei poteri forti ed all’attacco di stranieri che ci vogliono male. è perfettamente comprensibile che si stiano pentendo di averci fatto credito (cioè di aver creduto in noi) e che stiano cercando di recuperare il loro denaro. La responsabilità della crisi che stiamo vivendo in questi giorni, dunque, è da imputare interamente alla politica, non alla “speculazione”.

è questo il senso del titolo: siamo “screditati” poiché, vista la nostra situazione economica, visto il modo in cui negli scorsi decenni abbiamo sperperato le risorse che abbiamo chiesto in prestito, vista la misera qualità della nostra classe dirigente, gli investitori (che poi sono le famiglie italiane e quelle estere) non “credono” più che il Paese sia capace di rimborsare ciò che deve. E forse hanno ragione.

Lorenzo Tondi

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Posted in: Economia