La cultura è un prodotto, trattiamola come tale

Posted on 16 luglio 2011 di

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Da quando la sciagurata norma che pone un tetto agli sconti sui libri è stata presentata al Senato dal democratico Riccardo Levi è in corso un interessante dibattito sull’opportunità di regolamentare il settore letterario. Sull’argomento si sono espressi Marco Cassini, della casa editrice Minimum Fax, e Luca Sofri, direttore di “il Post”, che è poi tornato ad affrontare il tema rispondendo a Cassini.

Per chi non fosse al corrente di quello di cui sto parlando, la proposta di legge del senatore Levi sostanzialmente stabilisce un tetto massimo agli sconti che possono essere applicati al prezzo di copertina dei libri. Cito dal Post:

La legge stabilisce che non si possano applicare ai libri sconti superiori al 15 per cento del loro prezzo. Soltanto in occasioni di speciali “campagne promozionali”, da effettuarsi per un periodo non superiore a un mese e comunque mai a dicembre, gli sconti possono arrivare al 20 per cento: ma in quelle occasioni, se vogliono, i librai possono sottrarsi all’applicazione degli sconti. I libri venduti “per corrispondenza”, cioè su Internet, non possono essere scontati per più del 20 per cento. La legge arriverà alla Camera nelle prossime settimane, dove anche quest’ultimo tetto dovrebbe essere portato al 15 per cento.

Questo disegno di legge è scandaloso, perchè cerca di istituzionalizzare le esigenze corporativistiche di alcuni soggetti, in passato dominanti nel mercato editoriale ed ora sempre più in difficoltà, garantendo loro una rendita a scapito dei consumatori. Il Post si è giustamente scagliato contro questo progetto, ma mi dispiace dover constatare che in seguito il dibattito ha perso di vista l’oggetto del contendere per abbracciare una visione spesso “romantica” e para-ideologica della situazione.

Cassini nel suo articolo ha l’onestà di riconoscere che quello che gli editori devono recuperare è la costruzione e il mantenimento di un rapporto stabile con i lettori. Poi però inizia una tirata ingiustificata sul loro cedimento al “ricatto del mercato”, e conclude proponendo, come soluzione alla crisi in cui versa il settore, un accordo tra case editrici che le impegni a intraprendere un percorso di “decrescita felice” della produzione letteraria. Secondo l’autore, infatti, il problema dell’industria è di tipo qualitativo: in sostanza le piccole librerie, le case editrici indipendenti e gli autori emergenti sarebbero in difficoltà perchè si stampano e si vendono troppi libri brutti. è curioso come un difetto cronico e all’apparenza inestirpabile degli intellettuali della sinistra italiana sia la malsana tendenza ad idealizzare il discorso, a vedere ciò che si sta vedendo non come è effettivamente, ma come si vorrebbe che fosse.

Chi fa un ragionamento del genere inevitabilmente finisce per non cogliere il punto nodale del problema, che non è la qualità dei libri, ma la struttura tecnologica del mercato. In seguito all’informatizzazione dei processi produttivi, alla diffusione su scala planetaria dei personal computer e al collegamento di queste macchine tramite una grande Rete il costo di produzione e distribuzione di un libro cala drasticamente, a patto di venderlo online. Ciò di cui gli editori non si rendono conto (o più probabilmente, a costo di essere malizioso, hanno la piena consapevolezza) è che allo stato attuale della tecnologia il loro è ormai un ruolo parassitario. Gli autori non dipendono più (o dipendono molto meno) dagli editori, perchè gli sviluppi della tecnologia hanno reso superfluo il loro compito di intermediari tra produzione e fruizione del bene-libro. Il tempo delle case editrici è finito, sta per arrivare quello della distribuzione online. Tutto questo ha rilevanti effetti positivi sul benessere dei consumatori e sulla quantità di cultura a cui possono accedere, ma gli intermediari di cui sopra non vogliono perdere il loro potere di mercato e fanno pressione per ottenere una legge che garantisca loro la stessa rendita di cui hanno goduto fino ad ora.

Si arriva addirittura a proporre di limitare in qualche maniera la produzione dei libri, di pubblicare meno per pubblicare meglio: credo sia invece necessario dire NO al “razionamento” della produzione culturale, in primo luogo perchè probabilmente porterebbe all’aumento del costo medio dell’opera e quindi all’innalzamento del suo prezzo, a danno dei consumatori e a vantaggio esclusivo dell’editore; in secondo luogo perchè introdurrebbe un principio inquietante, quello per il quale esisterebbero dei libri oggettivamente “migliori” di altri, la cui vendita secondo Sofri dovrebbe essere favorita dallo Stato. Riporto uno stralcio del post che Luca ha pubblicato sul suo blog il 6 luglio:

 Applicando – siamo sempre all’accademia – il percorso televisivo, quello che portò alla creazione del servizio pubblico Rai, si dovrebbe pensare a librerie di stato che vendano o promuovano titoli ritenuti di pubblico interesse, costruendo e aumentando la domanda. Ma sarebbe un progetto impensabile e con molte controindicazioni: tutte quelle che hanno messo in crisi il servizio pubblico radiotelevisivo più molte altre dovute tra l’altro all’esistenza di un mercato già consolidato con molti attori che sarebbero ingiustamente danneggiati da una concorrenza sleale e che sarebbero ulteriormente sospinti verso una funzione unicamente commerciale.
Una mediazione potrebbe essere forse rappresentata da incentivi e stimoli che premino il pluralismo dell’offerta da parte di editori e librai, anche se le implicazioni e le variabili conseguenti ai criteri di applicazione di incentivi sarebbero un bel casino difficile da controllare: come il caso degli abusati finanziamenti ai giornali dimostra. Per esempio, coprire con finanziamenti pubblici un sistema di detrazioni o sconti per libri che vendano un minimo da esserne meritevoli ma meno di un massimo da averne bisogno: rischierebbe di produrre inghippi e trucchi difficili da tenere sotto controllo.

Il problema insolubile che emerge dalla proposta di Sofri, cui lui accenna brevemente, è il seguente: CHI stabilisce cosa è meritevole di essere pubblicato e cosa no? CHI decide a CHI dare gli incentivi o meno? E in base a quale criterio? Un sistema di intervento pubblico nel mercato editoriale che introduca incentivi per alcuni dei prodotti in commercio finirebbe INEVITABILMENTE per costituire una forma di controllo politico sui contenuti pubblicati: e questo è inaccettabile. Luca fa l’esempio della RAI ma sembra quasi sorvolare sul drammatico stato dell’azienda dopo 60 anni di dominio partitico.

Simili ragionamenti insomma ci impediscono di guardare alla realtà: la norma non vuole punire solo la grande distribuzione tradizionale, ma anche e soprattutto le aziende che operano online, come Amazon, Bookrepublic, Scribd e molte altre. Dunque la scelta da compiere è una sola: schierarsi con i vecchi editori, professionisti dell’intermediazione parassitaria, oppure dalla parte dei consumatori, che trarrebbero grandi benefici dall’apertura del mercato alla concorrenza. Io, come avrete capito, scelgo i secondi. Voi?

Lorenzo Tondi

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