Referendum sull’acqua, uno sguardo alla realtà

Posted on 11 giugno 2011 di

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Sarà che dopo anni di berlusconismo ormai è difficile discutere mettendo da parte gli slogan ed entrando nel merito della questione; sarà che all’appuntamento referendario è stata data immediatamente una valenza antigovernativa, perdendo così di vista l’oggetto dei quesiti; sarà che forse indire dei referenda su argomenti così tecnici è poco utile: fatto sta che nelle ultime settimane il comitato per il SI ha condotto una campagna di disinformazione, più che di analisi degli argomenti oggetto della consultazione. Ultimamente ne ho sentite di tutti i colori, dal becero terrorismo psicologico, del tipo “se non passa il referendum dovremo pagare per farci il bidet”, ad argomentazioni fuori da ogni logica: su Radio Popolare un ascoltatore ieri ha detto, tra le altre cose, che l’energia nucleare va messa da parte perchè è “vecchia”. Questo signore forse non sa che l’effetto fotoelettrico, cioè il principio alla base dello sfruttamento industriale dell’energia solare, è stato scoperto nella seconda metà del XIX secolo ed è stato teorizzato da Einstein nel 1905. Secondo la sua logica quindi il fotovoltaico è addirittura arcaico!

In molti poi hanno tirato fuori la seguente perla: “l’energia nucleare è poco democratica, è un energia accentrata, mentre il solare è migliore perchè è diffuso ed orizzontale”. Prima di dire certe cose bisognerebbe informarsi: le centrali nucleari (come tutte i luoghi in cui si produce tanta energia) sono edifici enormi perchè il settore energetico presenta rendimenti di scala crescenti. Significa che se si raddoppia la quantità delle materie prime utilizzate, il prodotto finale aumenta in maniera più che proporzionale. Quindi è conveniente costruire centrali grosse e produrre tanta energia in un posto solo piuttosto che in maniera diffusa. Questo principio vale anche per le centrali solari: la democrazia, una volta tanto, lasciamola da parte.

Il primo quesito

Nello specifico, i quesiti riguardanti l’acqua sono stati completamente travisati: oggetto della proposta di abrogazione, nel quesito numero 1, è l’articolo 23-bis del decreto legge n°112/2008 (il cosiddetto Decreto Ronchi), poi modificato dal decreto legge n° 135/2009. è importante sottolineare che, contrariamente a quanto è stato detto, il decreto NON prevede la privatizzazione dell’acqua, ma l’obbligo per i comuni di indire entro il 31 dicembre di quest’anno gare d’appalto per l’affidamento della gestione dei servizi idrici (ma anche di tutti i servizi pubblici a rilevanza economica). Alle gare potranno partecipare società private o società miste con almeno il 40% di capitale privato. Il mercato dei servizi idrici, così come quelli della gran parte dei servizi pubblici locali, è un monopolio naturale: significa che è strutturalmente impossibile che vi sia concorrenza tra diversi produttori nell’offrire il bene ai consumatori. In questi contesti lo Stato può comunque consentire ai privati di entrare in questo mercato, tramite una gara pubblica (costringendo così le imprese a farsi concorrenza per ottenere l’appalto), al termine della quale il vincitore ottiene in gestione il servizio e viene messo sotto la stretta sorveglianza di un’Autorità indipendente, che garantisca il rispetto delle tariffe concordate, l’attuazione degli investimenti previsti, il contenimento dei costi di amministrazione, in modo da evitare che il gestore possa ottenere, essendo monopolista, alti profitti a danno dei cittadini.

Il Decreto Ronchi sciaguratamente non prevede l’istituzione di alcuna Autorità di garanzia, e questa è una mancanza troppo grave: per questo al primo quesito voterò SI. Voi direte, “ma come, tante storie e poi voti come coloro che critichi?”. Si, la differenza è che io ho cercato di ragionarci sopra e sono giunto alle mie conclusioni, mentre moltissimi votano 4 SI per ragioni ideologiche, perchè così gli è stato detto di fare. Il fatto stesso che i referenda vengano concepiti come un blocco unico, da siglare con 4 SI o da ignorare non andando a votare, esprime il misero livello politico a cui sono giunti i due fronti contrapposti. Un’ultima cosa sul primo quesito, comunque, va detta: se pensate che votando SI l’acqua ritorni sotto la gestione esclusiva degli enti locali, vi sbagliate: in caso di abrogazione della legge, il vuoto normativo verrebbe colmato dalle regole europee in materia, che non prevedono l’obbligo di assegnazione dei servizi ai privati, ma ne assicurano la possibilità: sarà quindi il Comune o la Provincia a decidere, di volta in volta, se affidare la gestione dell’acqua ad una società a partecipazione pubblica o privata (o ad una mista).

Questa regola non mi entusiasma in maniera particolare, perchè lascia eccessivi margini di discrezionalità all’ente pubblico sulle modalità di strutturazione del servizio, il che potrebbe sfociare in una generale opacità di gestione (come vengono impiegate le tariffe, come vengono regolate le assunzioni, et cetera). In ogni caso, credo che sia preferibile a quelli che sarebbero gli effetti pratici del Ronchi, e cioè una situazione di monopolio naturale priva di adeguata regolamentazione.

Il secondo quesito

Il secondo quesito propone di modificare il primo comma dell’art. 154 del decreto legislativo n° 152/2006, nella parte in cui dice “…dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. I comitati per il SI vorrebbero, in sostanza, impedire che l’azienda che ha in gestione i servizi idrici possa conseguire un profitto. Contrariamente a quanto è stato detto, il secondo quesito è slegato dal primo, sia giuridicamente, visto che fa parte di un decreto legislativo e non di un decreto-legge, sia concettualmente, dal momento che va oltre la natura della società cui è stata affidata il servizio. Se la garanzia delle remunerazione del capitale verrà abrogata, i privati non saranno più disposti ad investire nel settore (poichè non potrebbero più ottenere un profitto): il che di fatto permetterebbe alle sole società pubbliche di occuparsi dell’acqua, visto che non sono tenute al rispetto di vincoli di economicità e non si fanno alcuno scrupolo ad esercitare in perdita (tanto le perdite vengono coperte con le tasse). Questo non solo è contrario allo spirito delle regole europee, che prevedono la libertà del comune di decidere come disporre in materia, ma significa che il comune, i debiti che avrà contratto per effettuare gli investimenti, li dovrà rimborsare o tramite un aumento dell’imposizione tributaria (cioè più tasse che dovremo pagare) o tramite un nuovo ricorso all’indebitamento. Io non voglio che gli enti locali, già fortemente in rosso, mettano ulteriormente a rischio la loro solvibilità finanziaria, nè desidero che la pressione fiscale aumenti ancora (anche tenendo conto che alla fine a pagare più imposte sono sempre i contribuenti a reddito medio-basso). Quindi a questo quesito voterò NO.

Per ulteriori info sui referenda, e punti di vista diversi, potete leggere:

http://www.pietroichino.it/?p=15095%20http://www.pietroichino.it/?p=13932q

http://www.ilpost.it/2011/06/03/guida-ai-referendum-abrogativi/

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002313.html

http://qdr.elog.it/2011/4/26/11_marattin.aspx

Per chi ha voglia di dare un’occhiata, nel dettaglio al decreto Ronchi, alla sua legge di conversione, al decreto modificativo del 2009 e alla collegata legge di conversione, può consultare il link che trovate qui.

Lorenzo Tondi

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Posted in: Attualità, Economia