Il doppio binario

Posted on 20 aprile 2011 di

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Il dibattito di questi ultimi mesi, in Parlamento come nei salotti televisivi, ha raggiunto livelli di povertà contenutistica e formale mai sperimentati prima. In pochi però hanno notato (o perlomeno l’hanno fatto pubblicamente) una cosa secondo me interessante, e cioè che il centrodestra ha attuato negli ultimi anni una politica curiosa, che potremmo definire “del doppio binario”.

Questa politica è un delicato gioco di equilibrismo tra due opposte concezioni del rapporto tra cittadino e sistema giudiziario: il garantismo e il giustizialismo. Da che parte sta, al riguardo, il governo? Crede che l’imputato sia innocente sino a prova contraria o pensa invece che vada considerato colpevole sino all’esito definitivo del processo? Entrambe le cose, o meglio nessuna delle due.

Il PDL ha da tempo superato i limiti di un sano garantismo costituzionale e in questi giorni sostiene la pericolosa idea secondo cui un personaggio politico può essere giudicato legittimamente solo dagli elettori, perchè l’origine del suo potere lo renderebbe superiore agli organi non eletti. è d’obbligo, in questo contesto, osservare due cose, basandosi su un’ipotesi di partenza, e cioè che i parlamentari e i dirigenti della maggioranza agiscano secondo razionalità:

1) Tutti i politici che appoggiano Berlusconi sono fermamente convinti che sia colpevole delle accuse mossegli dalla magistratura: altrimenti non approverebbero leggi finalizzate ad impedire lo svolgimento dei processi a suo carico. Ma questa osservazione, almeno in linea teorica, è debole, perchè potrebbe anche darsi che il loro comportamento sia determinato dalla mancanza di fiducia nella legittimità del potere giudiziario come organo inquirente e giudicante. Questo ci porta al secondo punto.

2) Il centrodestra berlusconiano (e leghista) persegue un progetto eversivo, perchè ha il preciso intento di stravolgere il quadro istituzionale e l’equilibrio tra poteri dello Stato. Se credono che Berlusconi sia colpevole, stanno cercando di garantirgli un’immunità sostanziale attraverso la via normativa. Se credono che la magistratura non abbia il diritto di giudicare il premier stanno violando il principio fondante dello Stato di diritto, quello in base al quale nessuno è al di sopra della legge, per poi sostituirlo con uno di tipo plebiscitario: vox populi, vox dei.

Sul versante opposto la Lega Nord, che ha sempre fatto del giustizialismo spiccio la sua bandiera, adopera ormai regolarmente toni forcaioli. Sono purtroppo derubricate alla cronaca quotidiana le affermazioni xenofobe di molti politici leghisti ed i loro appelli alla resistenza contro una fantomatica “invasione” di migranti; spesso percepito dall’elettorato come il movimento che più ha a cuore il tema della sicurezza, la Lega è ora costretta a sostenere la politica dell’impunità e dello scontro istituzionale che Berlusconi desidera (e, a dirla tutta, sembra che non abbia troppi problemi a farlo). Nel frattempo, il PDL cerca di recuperare consenso anche a spese della Lega: è in quest’ottica che vanno viste le recenti sparate di uno degli ultimi acquisti del governo, Giancarlo Lehner.

La strategia che Bossi è costretto a seguire è sostenibile? Se sì, per quanto tempo? I militanti del Carroccio sembrano infastiditi dall’appoggio del partito a Berlusconi, ma lo tollerano pur di arrivare all’approvazione del federalismo. Che succederà però dopo, quando tutti potranno constatare che l’unico cambiamento provocato dal federalismo sarà un aumento delle tasse? I dirigenti leghisti (a cui, ormai mi sembra chiaro, interessa soltanto rimanere sulla poltrona) riusciranno ad abbindolare nuovamente la base? Probabilmente sì, con l’aiuto dell’impero mediatico del loro alleato; in questo caso ci troveremmo a percorrere un sentiero diverso dalla strada su cui viaggiano le moderne liberaldemocrazie: un sentiero caratterizzato dal principio per cui “la legge è uguale per tutti, ma chi è eletto dal popolo è un po’ più uguale degli altri”, mentre lo stesso popolo può legittimamente decidere di perseguitare una minoranza (nel caso degli immigrati) o di negarle alcuni diritti (gli omosessuali), giustificando questa scelta con un appello ad una sorta di Volontà Generale rousseauiana. è dalla metà del XIX secolo che filosofi come John Stuart Mill ci mettono in guardia contro i pericoli della cosiddetta “dittatura della maggioranza”; durante il Novecento abbiamo visto questi pericoli realizzarsi, con l’instaurazione di regimi totalitari: purtroppo però sembra che siamo ancora ben lontani dall’aver imparato la lezione.

Lorenzo Tondi

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