La sinistra in festa, il simbolo dell’inconsistenza

Posted on 23 marzo 2011 di

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Ciò che più mi ha stupito di tutte le polemiche precedenti la celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia è stato l’impeto di patriottismo che sembra aver interessato gran parte della sinistra. Questa tendenza si è accentuata in seguito al monologo che Benigni ha tenuto a San Remo. Le sue parole sono rimbalzate su Facebook e su Twitter, dove la discussione è stata accesissima nei giorni successivi.

Scrivo questo post solo adesso perchè forse proprio ora è più facile riflettere sull’accaduto con tranquillità. Credo che l’atteggiamento tenuto dalla sinistra italiana durante questa festa vada considerato soprattutto una risposta alle istanze della Lega Nord. E qui possiamo rilevare la presenza di un’analogia e di una differenza.

L’analogia sta nel fatto che la sinistra ha abbandonato l’internazionalismo per abbracciare una forma di nazionalismo, sebbene blanda e bonaria. è un’analogia perchè anche la Lega, nella sua convinzione che la Padania esista come nazione, è una forza nazionalista. Questo è un fenomeno importante, credo, se pensiamo che la storia antica e recente dello schieramento progressista italiano, come quella di quasi tutti i corrispettivi europei, è sempre stata caratterizzata da un rifiuto della propaganda e delle suggestioni nazionalistico-patriottiche, in favore di un impegno internazionalista e per il dialogo tra i popoli. Il cedimento alla retorica risorgimentale, che ha come unico precedente l’esperienza (peraltro fallimentare) del Fronte Popolare (PSIUP + PCI) del 1948, avente come simbolo Garibaldi, è sintomatico a mio parere di uno smarrimento ideologico e culturale, di un vuoto in termini politici e programmatici che si cerca di colmare con appelli all’orgoglio nazionale e all’unità della Patria.

La differenza è, se vogliamo, ancora più significativa: la sinistra, in particolare il PD, ha difeso a spada tratta la festa nazionale anche e forse soprattutto in funzione antileghista, quindi (secondo loro) antifederalista. Infatti da più parti l’adesione entusiasta alle celebrazioni per l’unità è stata giustificata dalla necessità di contrastare il Carroccio, di lanciare un segnale diverso e contrastante. I dirigenti democratici sembrano non capire che lasciare ai leghisti il patrocinio di un tema profondamente legato alle istanze storiche del pensiero politico progressista è un errore macroscopico ed imperdonabile. Dove possiamo posizionare la nascita, se non della sinistra, almeno di un movimento riformista? Probabilmente alla fine del ‘700, nelle rivendicazioni dei rivoluzionari francesi, e, seppure forse in misura minore, in quelle dei patrioti americani. Ideali come la libertà del cittadino, la lotta per la fine del potere assoluto del sovrano prima, la battaglia contro la repressione e l’autoritarismo dello Stato liberale ottocentesco poi, sono sempre appartenuti alla sinistra, in tutti i paesi europei. La destra invece si è fatta quasi sempre portatrice di valori come la sicurezza, l’orgoglio nazionale, l’amore per la Patria (e spesso il disprezzo per le altre), il rispetto per l’autorità, la famiglia, la religione.

Nonostante le degenerazioni pratiche nate e sviluppatesi in seno all’universo progressista, come l’esperienza sovietica, maoista o cubana, in cui la componente libertaria soccombe a vantaggio di valori come la dittatura del proletariato, il militarismo, la sottomissione dell’individuo alla Patria e il nazionalismo, l’aspirazione alla libertà è ridiventata una componente irrinunciabile di un pensiero politico che si dica “di sinistra” in occasione della rivoluzione culturale del ’68, in Europa e in America. Lo stesso marxismo, pur avendo costituito il riferimento teorico di fondo di molte esperienze politiche traumatiche e ripugnanti, come quelle già citate, nasce dall’esigenza del filosofo tedesco di proporre una nuova modalità di ricerca della libertà da parte delle masse popolari. Lo dimostra il fatto che molti movimenti del ’68, espressamente libertari, furono fortemente influenzati dal marxismo e dalle sue rielaborazioni.

Ma qui ci stiamo allontanando dal punto del discorso. Badate bene, non sto proponendo un ritorno al marxismo nè ad altre sue interpretazioni nè tantomeno ad un socialismo premarxista: sono convinto che la metodologia della conquista del potere proposta da Marx covasse in sè i germi dell’autoritarismo e della dittatura (questo al di là del fatto che il caro Karl avesse completamente sbagliato analisi in altri campi, ad esempio per quanto riguarda la sua teoria economica).

Mi pare però che rinnegare la tradizione autonomista (anche recente) del centrosinistra sia un autogol. Non dimentichiamoci che il federalismo, o per meglio dire il decentramento amministrativo, è stato introdotto con la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta ed approvata dalla sinistra nel 2001. Mettere da parte tematiche del genere per paura di leghistizzare il PD è stupido: anzi bisognerebbe cogliere l’occasione per dimostrare agli italiani che tutta la propaganda di Lega e PDL sul presunto calo delle tasse è aria fritta, visto che da più parti molti economisti sono giunti alla conclusione che dai decreti attuativi in corso di approvazione in Parlamento in questi giorni uscirà una riforma effettiva che presumibilmente farà aumentare la pressione fiscale.

Dunque abbandoniamo questo nazionalismo da osteria, questo patriottismo bonario, abbracciamo l’ideale federalista e cerchiamo di costruire una sinistra moderna, che sia capace di vincere e governare.

Il Cattivo

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Posted in: Politica, Riflessioni