Lasciateci entrare, lasciateci leggere, lasciateci votare

Posted on 26 gennaio 2011 di

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Negli ultimi anni si è diffusa una certa preoccupazione circa il futuro dei quotidiani, in seria difficoltà a causa della concorrenza di Internet.

In particolare si cerca di capire come salvarli dal collasso economico, come escogitare nuove modalità di finanziamento. A mio parere però il dibattito, forse perchè animato soprattutto da giornalisti professionisti, non coglie un punto importante: dobbiamo veramente salvarli, i giornali tradizionali? Non è giunto il momento di proporre un nuovo modo di fare informazione?

Come ha correttamente fatto notare John Lanchester in un articolo pubblicato sul n.879 di Internazionale (qui la versione originale), la struttura economica del mercato dell’informazione è radicalmente cambiata, a vantaggio dei nuovi media e a scapito dei vecchi quotidiani cartacei. La crisi è strutturale, ed è dovuta a due fattori:

1) Il calo delle entrate conseguente alla diminuzione delle vendite; la stessa diminuzione ha poi avuto un effetto indiretto, riducendo l’appetibilità degli annunci pubblicitari e quindi il loro prezzo. Questo si traduce in un aumento relativo delle uscite, poichè mentre le entrate diminuiscono i costi di stampa e distribuzione rimangono inalterati.

2) I giornali, per quanto riguarda la cronaca dei fatti, arrivano sempre in ritardo. Il fatto è che non ci si può realisticamente aspettare che non sia così: le strutture tecnologiche di riferimento del giornalismo cartaceo sono il telegrafo e il telefono, non internet. Come si può pensare che un fascio di fogli stampati sia un veicolo di informazione più rapido ed efficiente di una rete di computer perennemente connessi? è già notevole che siano ancora in circolazione (escludiamo il caso italiano: da noi quasi tutte le testate rimangono in vita solo grazie ai finanziamenti pubblici, e questo è un altro discorso).

Lanchester conduce un’analisi precisa e circostanziata delle cause di questo declino, ma quando parla della necessità di trovare una soluzione, di fatto aggira il problema. “La soluzione”, dice, “sembra essere nella parola magica monetizzare. è una parola importante proprio perchè è così brutta. è la sua stessa bruttezza a farla sembrare pratica e concreta”. A parte la corrispondenza tra bruttezza e praticità, tutta da dimostrare, è evidente che secondo il giornalista britannico bisogna trovare un modo per far pagare l’accesso alle edizioni online senza perdere troppi lettori: “…quello che i giornali devono trovare, più di ogni altra cosa, è un nuovo meccanismo di pagamento per la lettura online che ci permetta di leggere tutto quello che vogliamo, ovunque sia stato pubblicato, e ce lo faccia pagare ogni mese, ogni anno o con qualsiasi altra frequenza”.

Il problema principale, a suo parere, è che “Internet è il mezzo più efficace per regalare qualcosa”: proprio per questo motivo bisognerebbe trovare un nuovo sistema di pagamento. è evidente che questo ragionamento non funziona: è come se vi dicessi che siccome la forchetta è lo strumento più efficace per mangiare gli spaghetti, allora dovremmo iniziare a mangiarli col cucchiaio. Se Internet è il mezzo più efficace per regalare qualcosa, significa che è l’unico mezzo che rende il regalo economicamente sostenibile. Questo è dovuto al fatto che i costi marginali di distribuzione dei contenuti sono quasi nulli, in ogni caso irrilevanti, mentre il costo medio diminuisce con l’aumentare del pubblico. Credo che la critica di Lanchester sia dettata dall’interesse personale: è un tentativo di recuperare il monopolio dell’informazione che i giornalisti avevano e che ora non hanno più. Perchè per i giornali far pagare l’accesso ai propri siti porta solo ad un crollo dei lettori, come è accaduto al Times? Il motivo è che sul web la stampa non è più l’unico produttore di notizie. Prima la televisione dava le ultime news, i giornali offrivano approfondimenti e riflessioni: adesso Internet fa entrambe le cose. è quindi una mossa stupida far pagare il proprio prodotto mentre i concorrenti (la blogosfera) lo offrono gratis. Peraltro in un giornale online in realtà i contenuti non sono gratuiti: sono pagati dagli inserzionisti pubblicitari. Le cifre che riporta Lanchester parlano da sole: se i quotidiani abolissero definitivamente la versione cartacea, otterrebbero una riduzione dei costi pari al 68% (la produzione fisica costituisce il 52% dei costi totali, la promozione del prodotto il 16%). Sull’altro fronte le inserzioni pubblicitarie online, dopo il calo dovuto alla crisi, nel 2010 sono cresciute del 10%.

Far pagare i lettori sarebbe quindi inutile e dannoso: inutile perchè le visite crollerebbero; dannoso perchè escluderebbe coloro che sono meno disposti a pagare, i giovani. La cosa inquietante è che per Lanchester questo non è un problema, anzi! “I giovani non leggono i giornali”, dice, citando un rapporto dell’OCSE. “Perchè questa è una buona notizia? Perchè questi giovani lettori sono proprio quelli più allergici a pagare su Internet. Ma se i lettori dei giornali sono più anziani, saranno più disposti a pagare: questa è una cosa che sappiamo per certo dal mondo della musica, dove gli anziani preferiscono pagare la musica mentre i giovani preferiscono rubarla”. Poco più indietro spiega:

Nel 2002 riflettevo sullo stato dell’industria musicale, che non aveva idea di come comportarsi quando arrivò il file sharing: “La soluzione alla crisi del settore è semplice. […] L’industria dell’entertainmente deve rendere più facile e più conveniente comprarli (i file, nda) che copiarli”. A farlo, appena è arrivato, è stato iTunes, che ha radicalmente modificato sia il settore della musica digitale sia il paesaggio digitale in generale.

Chi afferma che iTunes ha fermato lo sviluppo del file sharing probabilmente vive su un altro pianeta: la condivisione di file è un pratica diffusissima, basta installare sul proprio pc eMule o Limewire per vedere che ci sono decine di milioni di file condivisi. Non so quanti di questi siano soggetti a copyright, ma molto probabilmente sono più di quelli disponibili su iTunes. Il motivo è semplice: non si può pretendere che i consumatori rispettino una legge che viola palesemente i loro diritti. La pretesa sottostante al concetto di copyright è assurda: ti vendo un prodotto (ad esempio un CD), ma tu non puoi rivenderlo nè regalarlo nè copiarlo, perchè altrimenti mi fai concorrenza e guadagno di meno; solo io posso commercializzarlo, puoi comprarlo solo da me. Questo comportamente nelle democrazie liberali generalmente è sanzionato, e prende il nome di monopolio. A ben vedere, i veri ladri non sono i consumatori che si dedicano al file sharing, ma i detentori del copyright, che privano il consumatore del diritto di disporre del bene acquistato come meglio crede. In ogni caso paragonare coloro che non vogliono pagare per i giornali online a coloro che praticano il file sharing è scorretto: questi ultimi infrangono una legge, per quanto ingiusta possa essere, i lettori invece si limitano ad usufruire di un servizio offerto loro gratuitamente.

Quello che per molti è un problema, e cioè il fatto che i giovani non leggano i giornali, per Lanchester è la soluzione; chissenefrega dei giovani, l’importante è farci pagare. I giornali diventerebbero così dei ristretti circoli letterari in cui gli anziani leggono ciò che altri anziani hanno scritto: credo che questo sia contrario allo spirito del giornalismo, cioè la volontà di favorire il dialogo, il confronto e la discussione, concepiti come elementi indispensabili nella formazione di un cittadino consapevole.

Una soluzione che permetta ai giornali di guadagnare e che consenta ai lettori di accedere ai contenuti gratuitamente potrebbe essere la seguente: i quotidiani dovrebbero aprirsi ai contributi del pubblico, puntando a diventare uno spazio sconfinato di informazione e dibattito piuttosto che un organismo chiuso e gerarchico. I lettori dovrebbero poter leggere ogni articolo liberamente, e sarebbero solo tenuti a esprimere un giudizio sull’articolo in questione.  Ad ogni voto positivo ricevuto l’autore dovrebbe ottenere un determinato compenso, che può essere fisso o definito in proporzione ai ricavi pubblicitari; i pezzi giudicati più interessanti andrebbero in homepage, quelli meno apprezzati in posizioni progressivamente meno visibili. Naturalmente bisognerebbe considerare bene il peso del singolo voto, definire un algoritmo adatto a governare questi flussi, specialmente la posizione degli articoli nel sito; ma credo che il meccanismo complessivamente possa funzionare: garantirebbe ai giornalisti un compenso commisurato all’apprezzamento che riscuotono, permetterebbe di far pagare agli inserzionisti cifre anche sensibilmente diverse a seconda di dove vogliono posizionare l’annuncio, consentirebbe ai lettori di informarsi senza dover pagare.

Imporre una tariffa non serve a niente: lasciateci entrare, lasciateci leggere, lasciateci votare. Solo così possiamo salvare i giornali.

Il Cattivo

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