Una Tremontagna di cazzate

Posted on 6 gennaio 2011 di

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Per Natale il mio caro amico M.D. mi ha regalato ” La paura e la speranza” di Giulio Tremonti, cioè il peggior prodotto editoriale del 2008. In realtà devo ringraziarlo perchè il libro, pur confermando il mio pre-giudizio negativo, si è dimostrato a suo modo interessante, e se non me l’avesse regalato probabilmente non l’avrei mai letto.

Il saggio parla di economia, o almeno così vorrebbe far credere: si tratta di un’opera pessima sotto praticamente tutti i punti di vista. Innanzitutto è scritta male, è un tentativo maldestro di conciliare termini altisonanti e citazioni dal latino e dal greco con un tono generale colloquiale e volutamente popolaresco. Chiaramente questo è il problema minore: la forma, in un saggio divulgativo, è marginale rispetto al contenuto. Ma è proprio il contenuto che, quando c’è, appare decisamente criticabile.

Come hanno già scritto altri più competenti di me, il saggio è una prova della notevole capacità di Tremonti di scrivere pagine e pagine senza dire nulla di concreto. L’autore assume immediatamente un atteggiamento quasi mistico, volutamente oscuro e ambiguo, mischiando considerazioni moralistiche a richiami alle “radici giudaico-cristiane dell’Europa”. Questa maniera di trattare i temi economici è inopportuna per due motivi:

1) Fa passare l’idea che nel compiere un’analisi economica sia legittimo fondarla su posizioni etiche o timori e paure diffuse. Ad esempio: “gli immigrati sono un pericolo per la nostra cultura, quindi l’immigrazione va fermata perchè è dannosa per la nostra economia”. La morale, e dunque l’ideologia, è incompatibile con l’economia, almeno in fase di analisi positiva (cioè durante il processo di descrizione del funzionamento della società, cui segue il processo di decisione sulle modalità di intervento, la cosiddetta analisi normativa). La disciplina economica infatti studia la società attraverso il metodo scientifico, in una continua dinamica induzione-deduzione. Le considerazioni morali sono soggettive, quindi relative: da esse non si può indurre un bel niente.

2) Trattare la realtà sociale non come un dato di fatto, ma come un oggetto dotato di valenza etica unversale è un modo superficiale e demagogico di affrontare i problemi e rischia solo di fomentare lo scontro sociale  senza che quei problemi trovino soluzione.

Tremonti attacca il materialismo (a che tipo di materialismo si riferisce? non si capisce) e il relativismo, poi però si dichiara favorevole al federalismo e alla democrazia diretta: se ci si fa un minimo di attenzione, è una grossa contraddizione, ma lui sembra non accorgersene; conia un formidabile neologismo, il “mercatismo”, denigrato e disprezzato fino allo sfinimento in tutto il testo, ma di cui ancora oggi non ha spiegato il significato. L’autore è uno dei massimi esponenti di quella cattiva politica o di quella politica mancante che egli dice di voler debellare: accusa l’immigrazione di essere un pericolo per l’identità europea (che identità è? mi sono perso qualcosa?) e nega che possa essere la soluzione all’invecchiamento della popolazione; poi però cambia furbescamente argomento, senza presentare una proposta alternativa. Punta al progresso e alla modernità appoggiando posizioni oscurantiste e xenofobe.

Leggendo questo saggio si spera subito che non l’abbia scritto lui: sarebbe grave che il ministro dell’economia di uno dei principali paesi industrializzati scriva tali scemenze: se anche non ne fosse l’autore, dovrebbe comunque cercarsi un ghostwriter più capace. Tra discorsi confusi sulla crescita del PIL e strafalcioni logici (sillogismi errati), la conclusione che si trae alla fine del libro è di aver sprecato 2 ore del proprio tempo.

Viene però da chiedersi: qual è il senso profondo di questo saggio? Sperando che il ministro non sia così incompetente come appare, mi viene il dubbio che sia in malafede: che il libro sia cioè un’occasione per strizzare l’occhio alle uniche due componenti “politiche” della maggioranza di governo, la Lega Nord e l’ala del PdL vicina a “Comunione e Liberazione”. I richiami all’identitarismo caro alla Lega e all’assolutismo etico propagandato da CL potrebbero essere il punto di partenza verso la sua candidatura a guidare il centrodestra nel dopo-Berlusconi. Anche dopo la scomparsa di quest’ultimo dalla scena politica sarà quindi difficile assistere alla nascita di una destra conservatrice europea. Il rischio è quello di avere un contabile che si diverte a fare lo stregone, mentre l’Italia avrebbe bisogno di concretezza e competenza.

Il Cattivo

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