USA vs Cina: prove di guerra valutaria?

Posted on 12 dicembre 2010 di

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Quello a cui stiamo assistendo è uno scontro tra due potenze economiche che, per tentare di uscire dalla crisi, vogliono indebolire le proprie monete per rafforzare le proprie esportazioni. Secondo gli USA il tasso di cambio dello yuan rispetto al dollaro (y/$) viene mantenuto ad un livello troppo alto dalle autorità di Pechino, col risultato che le imprese cinesi esportano grandi quantità di prodotti a prezzi stracciati, mentre lo stesso tasso di cambio penalizza le industrie statunitensi.

Chi ha ragione tra USA e Cina? Probabilmente  nessuno. La Cina in questi anni ha acquistato ingenti quantità di titoli di Stato americani per mantenere basso il valore dello yuan rispetto al dollaro. Infatti i titoli di Stato USA sono negoziati in dollari, quindi per comprarli bisogna prima comprare dollari. I cinesi, acquistando dollari con yuan, immettono nel mercato valutario grandi quantità di yuan e ritirano grandi quantità di dollari, facendo così aumentare il valore relativo del biglietto verde. Lo squilibrio cambiario attuale favorisce quindi la Cina a scapito degli USA e di altri paesi esportatori, come il Brasile.

Nonostante il supporto della politica governativa, la pur lieve rivalutazione dello yuan ha messo in grande difficoltà le imprese cinesi, che per la maggior parte producono merci che fruttano un basso margine di profitto: le rivendicazioni salariali da una parte, la rivalutazione della moneta dall’altra, rendono queste merci sempre più costose. Sia la Cina che gli Stati Uniti stanno affrontando i mutamenti strutturali delle loro economie con scarso realismo. Pechino deve rendersi conto che la sua strategia di crescita va cambiata; con l’aumento dei livelli salariali e del valore dello yuan non può più dominare i mercati esteri come in passato, deve puntare sui consumi interni.

Secondo il mensile giapponese Sentaku (Internazionale n.874, p. 108), nelle statistiche ufficiali il governo cinese sovrastima regolarmente la consistenza della classe media, considerando come reddito minimo per farne parte 6000 yuan mensili (circa 670 euro), cifra con la quale a Pechino e a Shanghai si sopravvive a malapena. La domanda nazionale aumenta a grande velocità, ma soprattutto a causa della crescita degli investimenti statali in immobilizzazioni (+24%). I consumi sono aumentati “solo” del 18%, e gran parte di essi sono provocati dalla crescita del settore immobiliare. In sostanza, l’aumento dei consumi degli ultimi 10 anni sarebbe riconducibile ai ricconi legati al Partito Comunista: non più di 80 milioni di persone. Il governo cinese appoggia le esportazioni e mantiene nella miseria centinaia di milioni di persone, impedendo la formazione di una classe media. Del resto non c’è da stupirsi: la Cina è un regime dittatoriale, logico quindi che il governo sia più interessato al benessere dello Stato che a quello dei cittadini.

Non si può non rimanere perplessi, invece, davanti all’attuale politica commerciale americana, che privilegia le imprese e intacca il potere d’acquisto dei cittadini. Proprio come la Cina. Al di là degli effetti interni di questa strategia,  viene da chiedersi come l’amministrazione Obama possa pensare di risolvere i problemi dell’industria domestica tramite la svalutazione del dollaro. Il problema non è solo la Cina: vi sono molti paesi che offrono costi di produzione ancora più bassi; il governo americano crede veramente che le imprese del proprio paese possano offrire prodotti a prezzi minori di quelli praticati dalle imprese del Bangladesh, della Thailandia o dello Sri Lanka? Inoltre questa manovra presuppone che le aziende statunitensi siano attive in tutti i settori dell’economia globale, e che quindi vi siano dei prodotti alternativi a quelli esteri (ad esempio cinesi). Ma vi sono settori strategici in cui le imprese straniere hanno il controllo pressochè totale dell’offerta. In questi casi gli americani dovranno comprare gli stessi prodotti che già compravano, ma li pagheranno di più a causa della diminuizione del valore del dollaro. Questa tendenza è già in atto: alla fine di ottobre le autorità cinesi hanno annunciato l’introduzione di limiti all’esportazione di metalli rari, indispensabili nell’industria hi-tech. Pechino detiene infatti il controllo del 97% del mercato di questi metalli.

Purtroppo sembra che le autorità USA stiano cercando la guerra valutaria: il 3/11 la Federal Reserve (la banca centrale statunitense) ha reso pubblica l’intenzione di acquistare titoli di Stato per 600 miliardi di dollari. L’iniezione di liquidità e il conseguente abbassamento del tasso d’interesse sui titoli sono ufficialmente finalizzati a favorire la ripresa economica, ma il Financial Times ha fatto correttamente notare che la diminuizione dei tassi d’interesse indurrà gli investitori ad acquistare attività che offrano rendimenti più elevati, denominate in valute estere. Questo processo provocherà la svalutazione del dollaro rispetto alle altre monete. Germania, Cina e Brasile hanno protestato con energia..

Il rischio è che una classe dirigente miope, forse sotto la pressione delle lobby industriali, trascini gli USA e il resto del mondo in una pericolosa guerra valutaria. La svalutazione non è la strada per uscire dalla crisi, rischia solo di farci precipitare in una spirale protezionistica il cui esito sarebbe una generale diminuizione del valore delle monete e quindi un’inflazione sostenuta.

Il Cattivo

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Posted in: Economia, Esteri