L’Italia preferisce la tradizione alla crescita (traduzione – NYT)

Posted on 4 agosto 2010 di

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Un paio di giorni fa stavo leggiucchiando la sezione sull’Europa del New York Times, quando mi sono imbattuto in un titolo avvincente: “Is Italy too Italian?“, l’Italia è troppo italiana? Ho subito pensato che in qualche modo dovevo piazzarlo sul blog, e in seguito ho deciso che meritava un post tutto per sé. Trovo che l’autore dell’articolo, a certi punti, tenda a esagerare o magnificare la situazione in peggio, ma che tutto sommato sia uno dei migliori articoli sull’Italia che ho mai letto; se non lo fosse, d’altronde, non sarebbe di certo finito su questo blog 🙂 L’articolo è veramente lungo (quattro paginozze sul sito del NYT), quindi penso di fare la seguente cosa: chi vuole, se lo legge in inglese, chi non c’ha sbatti di leggerlo in inglese trova la prima pagina dell’articolo tradotta qua di seguito, e tutto l’articolo intero su questo pdf.

“THIS tradition is finita,” dice Luciano Barbera, mentre apre la porta del suo magazzino sotterraneo. Decine di grandi scatole di legno lo riempiono fino al soffitto, ciascuna delle quali contiene quasi 80 tonnellate di filo colorato, arrotolato in bobine – fermo e ozioso come uno che prende il sole sulla spiaggia, sta ad assorbire l’umidità di quella stanza cavernosa, tenuta fresca da un piccolo ruscello che gorgoglia sotto il pavimento del magazzino.

“La chiamo la terma dell’igname,” spiega il signor Barbera, un elegante e ordinato settantenne, vestito con uno stile tra l’aristocratico e il casual: camicia bianca di lino, pantaloni marroni spigati e scarpe marroni di pelle. Mi sta facendo fare un rapido tour del mulino Carlo Barbera, chiamato col nome del padre 99enne di Luciano, e destinato a essere operato da due dei suoi tre figli.

Il signor Barbera dice che la lana è una fibra viva, e non lo intende in senso metaforico. Dopo che l’igname viene colorato quaggiù, riposa nelle terme per ben sei mesi, appesantendosi del 20% per l’umidità acquisita. Dunque il materiale viene sottoposto a una lavorazione di ben quindici passaggi, su cui il signor Barbera non vuole entrare nel dettaglio, se non riassumendola come “la nobilitazione del tessuto”. Qualsiasi scorciatoia, sostiene, diminuierebbe il rendimento del tessuto.

Aspetta un attimo, “rendimento” in che senso?

“Sì, rendimento” replica lui con un’aria professionale quanto compiaciuta. “Se la sua giacca non rendesse bene, sarebbe come guidare una macchina sentendo tutte le buche che ci sono sulla strada. Se invece rende bene, è come guidare sopra una strada sterrata senza sentire la minima scossa.” E da qui il paradosso.

Come i più grandi nomi dell’alta moda possono confermare, la lana e il cashmere prodotti in questo mulino possono essere definite quelle a più alto “rendimento”, tra le migliori al mondo, vendute  a compagnie tra le più lussuriose al mondo, come Armani, Zegna e Ralph Lauren.

Tuttavia, il rendimento finanziario del mulino che produce questo tessuto è ben lontano da questi livelli.

Proprio come gran parte dell’economia italiana, la fabbrica Carlo Barbera sta tirando avanti a fatica, per motivi, secondo gli accademici, che la dicono tutta sui mali dell’Italia.

Da quando è cominciata la crisi economia, questo paese è sempre comparso sull’informale lista delle Nazioni Che Preoccupano l’Europa. Nonostante le sue finanze non siano tanto precarie quanto quelle greche, portoghesi, o irlandesi, per via delle sue dimensioni molto maggiori – l’economia Italiana è la settima più grande al mondo – i suoi problemi sono molto più preoccupanti. Come ha fatto notare un recente rapporto dell’UniCredit, un gruppo bancario europeo, l’Italia è “il fattore di deviazione” della crisi, “il più grande dei paesi vulnerabili, e il più vulnerabile dei paesi grandi.”

Guardatevi i numeri e troverete sintomi di stress molto simili a quelli della Grecia. Il debito pubblico ammonta a circa il 118% del prodotto interno lordo, quasi identico quello della Grecia. E come la Grecia, anche l’Italia sta cercando di tranquillizzare i nervosi nell’eurozona e altrove con manovre fiscali di austerità – una mirata a dimezzare il deficit a 2,7% del PIL entro il 2012.

Ma se scavate un po’ di più le somiglianze finiscono subito. Gli italiani, al contrario dei greci, sono grandi risparmiatori, e la maggior parte del debito italiano è posseduto dagli italiani. Questo significa che al contrario della Grecia, che durante la prossima generazione dovrà mandare una bella fetta del suo PIL a creditori stranieri, l’Italia è sostanzialmente indebitata con i suoi stessi cittadini.

“So che negli USA, i paesi mediterranei vengono visti come una cosa sola”, dice Carlo Altomonte, un’economista all’Università Bocconi di Milano. “Ma il problema dell’Italia non è che abbiamo molto debito; è che non cresciamo.”

Come l’Italia, anche il signor Barbera ha problemi di debito – deve ai suoi creditori circa 5,8 milioni di dollari, e dice che se il sistema finanziario italiano offrisse protezioni della bancarotta in “Chapter 11-style” (in cui il debitore trattiene la proprietà e il controllo dei suoi beni, ndr), lui avrebbe cercato di ottenerla già da parecchi anni. Ma potrebbe anche risolvere il suo problema di debito se avesse più compratori.

Invece, gli ordini della sua lana stanno diminuendo. I Barbera sono stati da lungo tempo piccoli giocatori di nicchia, cui fa riferimento la famiglia dei disegnatori di altissima moda quando devono assemblare le collezioni più favolose. E dal 1971, Luciano Barbera ha pure venduto abiti sotto il suo stesso nome, fatti col suo tessuto. Al giorno d’oggi la linea di vestiario è venduta in negozi come Barney’s e Neiman Marcus: giacche che vendono a $4000 e una linea di vestiario femminile di qualità, che potete osservare su Angelina Jolie nel suo ultimo film “Salt”.

Ma le vendite per gli abiti Luciano Barbera e per il tessuto Carlo Barbera sono rallentate drasticamente negli ultimi anni. Alla fine degli anni ’90, il mulino godeva di vendite da record, che si sommavano a circa 15,5 milioni di dollari, dice il sig. Barbera. L’anno scorso, l’attivo ammontava a circa la metà.

Quando descrive cosa non va nella sua industria, il sig. Barbera tende a concentrarsi su un problema: l’etichetta “Made in Italy”. Per gli ultimi dieci anni, dice lui, sempre più disegnatori hanno comprato tessuti a basso costo in Cina, Bulgheria e altrove e ci hanno piazzato sopra l’etichetta “Made in Italy”, anche se gli abiti venivano assemblati altrove.

Fino a poco fa, non c’era alcun regolamento su cosa significava “Made in Italy”, ma questo cambierà quando una nuova legge entrerà in vigore ad ottobre. La legge stabilisce che se almeno due dei quattro processi di produzione avvengono in Italia, un abito può legalmente essere etichettato “Made in Italy”continua

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