La finanziaria: promossa o bocciata?

Posted on 27 maggio 2010 di

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La manovra finanziaria, su cui il governo ha tanto discusso negli ultimi giorni, è ormai pronta (un prospetto generale è disponibile qui).  Il provvedimento, del valore di 24 miliardi di euro, ha suscitato proteste da più parti, per i drastici tagli attuati alla spesa pubblica. Il Nichilista sostiene in un post che la proposta di tassare gli evasori e i super-ricchi fatta da Peter Gomez sul Fatto Quotidiano sia preferibile ai contenuti del DPEF approvato dal Governo, ma si pone anche due domande; in particolare mi interessa la seconda: è auspicabile che lo Stato possa intervenire con imposizioni fiscali una tantum quando necessario, invece che intraprendere una riforma fiscale strutturale?

In un’ottica di brevissimo periodo l’idea di Peter Gomez sembra allettante; lo Stato incasserebbe 5 miliardi dalla ritassazione dei capitali scudati e 10 miliardi da un’imposta addizionale sui grandi capitali. E allora cosa c’è che non va? C’è che in un paese come il nostro, gravato da un’enorme evasione, aggrapparsi ad imposizione irregolari e temporanee costituirebbe semplicemente il contraltare dei condoni edilizi e delle sanatorie, e non la base per una rinnovata gestione del Fisco.

La verità è che questa manovra, come mille altre “grandi riforme” emanate dal Gov. Berlusconi, non modifica la struttura dell’economia, si limita a dare il solito ritocchino qua e là. In particolare il problema della spesa pubblica viene affrontato in misura marginale, poichè non viene razionalizzata, ma semplicemente ridotta con tagli casuali (provvedimento non ideale in un periodo di crisi); lo Stato è indebitato non solo perchè spende tanto, ma anche perchè le entrate sono insufficienti (o perchè le tasse vengono evase, o perchè si dichiara meno di quanto si possiede).

In secondo luogo non viene affrontata la causa principale della stagnazione italiana: l’eccessiva presenza dello Stato nella vita economica del paese. La crisi costituiva un’occasione perfetta per avviare quelle liberalizzazioni che il gov. Prodi non fece in tempo a portare fino in fondo – quelle stesse liberalizzazioni che, a giudicare dall’autoproclamato liberalismo del premier, dovrebbero costituire il punto centrale del suo programma (se fosse veramente un liberale) ma alle quali non è stata riservata nemmeno una riga: l’abolizione degli ordini professionali (avvocati, giornalisti, notai, medici), la privatizzazione del trasporto aereo e ferroviario, la fine delle limitazioni sulle licenze ai tassisti, la liberalizzazione delle droghe leggere, l’eliminazione dei finanziamenti pubblici ai giornali ed ai partiti, parallelamente ad  un impegno credibile contro l’evasione fiscale e gli sprechi.

Per combattere la prima sarà necessario diminuire le imposte sul consumo, sul lavoro dipendente e sulle imprese (cioè su coloro che da sempre in Italia hanno ingiustificatamente pagato di più), aumentare quelle sui liberi professionisti e sulle rendite da capitale: in generale riformare il sistema fiscale in senso progressivo. Se si vuole risparmiare qualcosa con la lotta agli sprechi bisogna attuare provvedimenti decisi: il taglio del 50% degli stipendi (compresi benefit e privilegi vari) di ministri, parlamentari e dirigenti pubblici; la razionalizzazione dei costi di gestione di Quirinale, Palazzo Chigi, ecc.

Detto questo, bisogna ammettere che negli ultimi quarant’anni la spesa pubblica ha raggiunto livelli ingiustificabili, essendo stata considerata strumento di consenso politico invece che strumento di sviluppo economico; in più siamo una delle nazioni demograficamente più anziane del mondo: è dunque indispensabile procedere all’innalzamento dell’età pensionabile, pena il collasso del sistema previdenziale; se non si volessero colpire i pensionati, e se non si volessero condannare i giovani alla disoccupazione, sarebbe assolutamente indispensabile ringiovanire la popolazione: e questo può essere ottenuto solo tramite l’apertura delle frontiere ai flussi migratori, di concerto con l’UE, e l’emanazione di una nuova legge sulla cittadinanza.

Le cose da fare, insomma, sarebbero tantissime; ma colpire esclusivamente il settore pubblico, senza toccare le voci relative alle ingentissime spese militari, senza prevedere nessun taglio rilevante agli stipendi esorbitanti degli alti dirigenti pubblici, senza avviare nessuna riforma in un’ottica di lungo periodo sembra più che altro una gran presa per il culo.

Il Cattivo

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Posted in: Economia