Il sistema educativo italiano: cosa va tenuto, cosa va buttato?

Posted on 18 settembre 2009 di

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scuola

LA SCUOLA OGGI.

Un articolo pubblicato dall’Economist lo scorso novembre mi convinse in modo definitivo del fatto che l’Onda – la serie di mobilitazioni studentesche che sono avvenute lo scorso autunno in tutta Italia – non era un movimento di cui mi sentivo parte. Non so se è perchè gli italiani hanno subito così tanti lavaggi di cervello che oramai a riceverne uno di più non cambia niente; non so se è perchè gli studenti sono giovani e (quindi?) particolarmente ingenui; non so se è perchè Berlusconi ha ragione ed effettivamente ci sia una congiura comunista per impossessarsi dell’Italia. Fatto sta che lo scorso novembre sembravano tutti andati fuori di matto.

Non dico tutto questo per le azioni di “mobilitazione” (proteste, manifestazioni, occupazioni), ma per il semplice fatto che le posizioni dei professori, palesemente dettate da interessi privati (dei baroni, degli insegnanti fancazzisti – possibilmente una maggioranza tra i docenti, degli impiegati inutili che ciucciano soldi dei contribuenti quando chiaramente non c’è bisogno di alcun loro servizio, ecc…) venivano non solo prese seriamente dagli studenti, ma addirittura portate avanti con un teatrale pseudo-revival del ’68. Tutto era come nel vecchio ’68 (abbiamo avuto un assaggio di ogni particolare caratteristico: le manifestazioni massicce, i discorsoni formato minestrone in cui si accusa “il sistema”, le violenze tra estrema destra e sinistra, gli scontri con la polizia), tranne che per due aspetti: 1) stavolta coinvolti nel movimento c’erano anche tanti matusa (perlopiù professori) 2) il movimento non proponeva qualcosa di cambiare qualcosa ma di conservarlo intonso. Possibile che non sia venuto in mente a nessuno studente che effettivamente molti insegnanti avevano interessi da proteggere che ovviamente avrebbero offuscato il loro giudizio e la loro oggettività?

Il sistema scolastico italiano ha chiaramente bisogno di cambiamento rapido e radicale. Siamo indietro in praticamente qualsiasi campo che conti: abbiamo un minor numero di laureati dei paesi ricchi, la quantità e la qualità della ricerca che produciamo sono generalmente patetiche e, insomma, cosa parlo a fare? La maggior parte dei nostri lettori ha la nostra età oppure è più giovane di noi: per la scuola italiana ci siamo passati tutti di recente, lo sappiamo bene quanto è disorganizzata, quanto è inefficiente, sprecona, lenta, burocratizzata, vecchia. Ecco, c’è solo un modo per definirla: la scuola italiana è vecchia. Non a caso, l’attuale sistema scolastico italiano risale nientepopodimeno che al 1923. Da allora ci sono state varie riforme – a volte più significanti, altre meno – che hanno modificato alcuni particolari del sistema; tuttavia, i programmi, la divisione fondamentale in cicli, la struttura e la tipologia dell’educazione in Italia risalgono ancora alla Riforma Gentile del 1923. Onde l’impostazione storicistica e idealistica di ogni materia, onde la negligenza per la matematica e le scienze esatte, onde gli insegnanti di religione cattolica stipendiati anche con i soldi dei contribuenti non-cattolici, onde la concezione elitista e classista della scuola italiana, i quali contribuiscono all’immobilità sociale e alla mancanza totale di cambiamento che affliggono l’Italia.

L’Italia ha bisogno di cambiare il proprio sistema scolastico. Tante decisioni della Gelmini erano chiaramente specchietti per le allodole e le solite riforme-bufale del governo Berlusconi (alla pari del già citato federalismo fiscale o della presunta “privatizzazione” di Alitalia); altri punti erano solenni stronzate – come l’aumento di soldi pubblici alle scuole private; c’erano tuttavia dei punti della sua riforma, però, erano sicuramente degni di essere presi in considerazione – a partire dal taglio di fondi. Ridurre i fondi destinati alla pubblica istruzione potrebbe essere una buona idea per tre motivi:

1) l’Italia è un paese che invecchia. Finchè non ci decidiamo a liberalizzare l’immigrazione e accettare che ci siano persone di etnie diverse (che hanno molta figliolanza), questa situazione non cambierà. Ciò significa che il numero di giovani – e, consequentemente, di studenti – si ridurrà sempre di più. Mantenere un sistema educativo con meno studenti, a parità di servizio offerto, costerà necessariamente di meno.

2) le finanze dello stato italiano sono in uno stato pietoso. Risparmiare è una buona alternativa ad alzare le tasse. Anzi, direi ottima, data la quantità infinita di tasse che paghiamo (progressive e soprattutto non progressive).

3) la scuola italiana stracolma di sprechi. Molti di questi sprechi sono stati introdotti a) per fare clientelismi e nepotismi (ad esempio aggiungere una cattedra inutile per dare un posto di lavoro a un parente o a un “amico”) b) per altri motivi sicuramente non di natura pedagogica – l’inserimento di molteplici maestri alle scuole elementari, per esempio, fu una scelta dettata dalla necessità di diminuire la disoccupazione: non aveva nulla a che fare con la migliore educazione dei bambini. Pertanto, non è ovvio, come molti sostenevano nei mesi dell’Onda, che rimettere il cosiddetto maestro(/a?) unico(/a?) alle elementari sia necessariamente una scelta pedagogicamente negativa. Fra l’altro, non mi ricordo che si citasse alcun serio studio in cui si dimostri che un bambino viene istruito meglio se educato da più di un insegnante (ATTENZIONE: non si sta parlando di insegnanti più capaci, ma semplicemente di molteplici insegnanti, eventualmente meno competenti: ridurre il numero di insegnanti consente di alzarne il salario e quindi di offrire insegnanti PIU’ competenti e un servizio migliore).

COSA VA TENUTO

In realtà, molto poco. Il sistema educativo italiano è estremamente centralizzato. Come spiegherò meglio in seguito, per migliorare, la scuola italiana andrebbe, secondo me, totalmente decentralizzata. L’unica vera centralizzazione che andrebbe tenuta sarebbe sarebbe quella finanziaria. Ovvero: i fondi non vengono distribuiti alle scuole grazie alle tasse locali (come avviene negli USA) ma dalle tasse statali. Come andrebbero distribuiti questi fondi? Questo, sì, andrebbe cambiato. Presupponendo che ogni studente sia libero di iscriversi a qualsiasi scuola pubblica sul territorio nazionale, presupponendo che la scuola sia obbligatoria per tutti i residenti (o almeno i cittadini) fino a 18 anni, presupponendo che le università possano decidere autonomamente i criteri con cui ammettere gli studenti (*) e presupponendo che l’uomo sia un essere razionale che sa scegliere il meglio per se stesso, la  migliore scuola sarà scelta dal maggior numero di studenti. Di conseguenza, una volta deciso di spendere € x per un numero n di studenti nell’intera nazione, bisognerebbe dare a ogni scuola con un numero p di studenti € (x/n)*p. Forse con un esempio si riesce a spiegare meglio. Supponete che il governo decisa di stanziare mille euro per per l’istruzione pubblica e che in Italia ci siano 100 studenti. In sostanza, ogni studente “vale” € 10. Data una scuola che ospiti 7 studenti, dunque, a quella scuola € 70. Mi spiego? In questo modo: A) la scuola con il maggior numero di studenti (ovvero, la migliore) riceverebbe il maggior numero di fondi, il che incentiverebbe ogni scuola a essere la migliore B) si eliminerebbe ogni classismo, per cui ancora oggi le scuole “per bene” (= allocate nel centro storico delle città più importanti = dove vanno i figli dei ricchi) ricevono più finanziamenti delle scuole di provincia C) i fondi passerebbero senza sprechi e arbitrarietà dagli uffici e sotto-uffici delle regioni, delle provincie, eccetera. Ma come usare questi fondi?

COSA VA CAMBIATO

La cosa più importante da cambiare sarebbe proprio questa: come vengono usati i fondi. L’idea sarebbe di passare da un sistema proto-stalinista, in cui lo Stato decide tutto per tutti, a un sistema in cui le scuole sono di fatto in libera concorrenza tra di loro. Ovvero, le scuole sarebbero totalmente autonome nella scelta degli insegnanti, degli stipendi, dei programmi, della struttura delle classi, eccetera. Introducendo autonomia si introduce liberta’. Introducendo libertà si introduce competizione. Questo significa che ogni scuola sara’ incentivata a essere migliore, e che di conseguenza il servizio migliorerà. Per tutti. Eliminando sprechi, fannulloni, programmi datati 1923 and more. La centralizzazione di ogni aspetto della società è IL motivo per cui i totalitarismi non funzionano. L’estrema centralizzazione che caratterizza il sistema scolastico italiano e’ un chiaro retaggio di un sistema “wannabe” totalitario (fascisti) e del fatto che le due forze politiche che hanno dominato la prima repubblica erano o filo-totalitarie (comunisti) o avevano forte simpatie centraliste e gerarchiche (cattolici).

LA SCUOLA CHE IO VORREI

Stabilito che ogni scuola sarebbe diversa dalle altre, la sega mentale divertente da farsi sarebbe fantasticare su quale sarebbe la scuola ideale. Ma questo post è già troppo lungo, quindi si rimanda alla prossima puntata.

(*) Sull’università italiana non mi dilungo, perlopiù perchè sicuramente sono molto meno informato sull’università italiana di quanto non lo sia sul suo sistema scolastico primario e secondario.

Il Brutto

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